IL PRINCIPINO

Teatro Abeliano

IL PRINCIPINO

BREVE CRONACA FAMIGLIARE DA UN TRIVANI VISTA CIMINIERE
progetto Senza Piume
drammaturgia e regia Damiano Francesco Nirchio
con Vito Signorile
e con Anna de Giorgio Danilo Giuva

Dopo la riuscitissima personificazione Signorile/Bukowski in “Blue Bird Bukowski” per la regia di Licia Lanera, Vito Signorile, attore, regista e uomo di “ordinaria follia” incontra la genialità di Antoine de Saint-Exupéry.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano)”, diceva l’autore del celebre capolavoro “Il piccolo principe”. Partendo da questa ispirazione Damiano Nirchio, già vincitore del premio Eolo Awards 2017 come Miglior drammaturgia e Migliore regia per lo spettacolo “Ahia!”, costruisce      “Il principino” una fiaba drammatica e moderna per gli adulti del nostro tempo.

Uno spettacolo che invita ad andare oltre le apparenze e ad abbandonare falsità ed egoismi. In un modesto appartamento di una città del Sud, a interrompere la solitudine di un vecchio padre, appare un piccolo principe, ormai uomo, che impara a fare i conti con i buchi neri del passato e i limiti e i pregiudizi generazionali. Un estremo gesto d’amore padre/figlio.

 

Accanto a Vito Signorile, che vanta tantissimi anni di palcoscenico, cofondatore e direttore artistico di Teatri di Bari, ci sono Danilo Giuva e Anna de Giorgio, attori con un percorso consolidato alle spalle. Giuva collabora da anni con la compagnia Fibre Parallele e di recente ha debuttato con un suo spettacolo, “Mamma”, molto ben accolto dal pubblico e dalla critica. Anna de Giorgio è cofondatrice con Nirchio della compagnia Senza Piume, fortemente impegnata in tematiche sociali e più volte segnalata a premi nazionali.

 

Note dell’autore

Giugno, millenovecentottantuno.

Un modesto appartamento nella periferia-dormitorio di una grande città del Sud.

Forse Bari. Fuori dalle finestre, prima ancora del mare e del bianco campanile di una Basilica, c’è la Cementifera Fibronit.

Dentro ci sono tavolo e sedie di fòrmica, una credenza e una tivù perennemente accesa, annegati nel buio pesto come su un piccolo pallido pianeta nel vuoto infinito.

Davanti allo schermo, sprofondato in poltrona e avvolto in una vestaglia logora, c’è un uomo anziano: una malattia che confonde lo spazio e il tempo in un eterno presente;

al contempo una nuova estrema abbagliante lucidità.

Il confine tra le due cose è inconoscibile.

Solo la giovane figlia dei vicini compare fugace e silenziosa per fare da mangiare o le pulizie.

La stanza è immersa nei riverberi grigi della televisione, il silenzio è attraversato dalle pubblicità della tivù fino all’interruzione dei programmi per il TG1.

Un bambino è caduto in un pozzo vicino Frascati. Si chiama Alfredino.

I soccorsi sono al lavoro.

Quello stesso giorno ricompare sulla porta un giovane uomo. È suo figlio.

I due non si vedono da tanto. Tra loro, da anni, c’è il deserto: sabbia ovunque, sabbia di amianto e cemento, sulle parole, sui corpi, sui ricordi e sui nodi mai sciolti.

Un deserto a perdita d’occhio in cui è impossibile incontrare altri esseri umani, se non per un caso unico e irripetibile.

Accadde una volta ad un vecchio Aviatore e ad un Piccolo Principe.

Accadde anche ad un bambino e a suo padre.

In quella stessa casa. In quella città, più di vent’anni prima.

Le ultime parole pronunciate nella “lingua-padre”, prima del silenzio.

Prima di cadere ognuno nel proprio pozzo. Sempre più in fondo.

Un obbligato appuntamento in mezzo al nulla, in limine.

Un dialogo in cui delirio e finzione provano a mettersi al servizio di un ultimo scampolo di verità. Un viaggio nel deserto.

Un estremo tentativo per calarsi nel profondo oscuro e fangoso e uscirne salvi.

Il “femminile” – evocato, incarnato, desiderato e compianto – inizio e fine del tutto, assiste con tragica pazienza.

Dedicato a tutti i bambini che gli adulti di oggi hanno dimenticato di essere stati.

E di essere ancora.

A tutti i bambini in fondo ai pozzi.

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