2021 battute per un anno di teatro: l’approdo

2021 battute per un anno di teatro: l’approdo è l’antologia del contest letterario di Teatri di Bari dedicato agli under 35. In questo spazio pubblichiamo i racconti dei partecipanti a 2021 battute per un anno di teatro, che per l’XI edizione si è avvalso dell’incipit della giornalista e scrittrice Concita De Gregorio.

Incipit di Concita De Gregorio

E la nave va

La casa va venduta, le aveva detto al telefono il fratello. La linea era come sempre disturbata, riusciva a sentire una parola ogni dieci. Mi puoi chiamare per favore quando torni a terra, cosi riusciamo a parlare? E’ una cosa importante non ti pare? Aveva risposto lei. Torno a terra fra sei mesi, Sara. Io in nave ci vivo, ti ricordi? Questa frase per miracolo era arrivata intera, come un colpo di fucile. La casa dei nostri genitori va venduta, io a terra non torno. Fine della comunicazione. La nave, lei immaginava, doveva essere come quella del grande quadro appeso sul divano del loro vecchio soggiorno: lo scafo rosso. Il mare in tempesta. Quando erano bambini e il padre tornava dai suoi viaggi sempre, sempre, la prima cosa che diceva loro era: copritevi, ragazzi, mettetevi la sciarpa. Andiamo sul molo a prendere il vento. Non il sole, il vento.

TESTO 1° CLASSIFICATO: SARA FORMISANO

TESTO 2° CLASSIFICATO: SALVATORE CANTO

TESTO 3° CLASSIFICATO: FRANCESCA MONTANARO

L’ANTOLOGIA

VINCENZO ALBANESE

Fa freddo qua! Diceva tremante la piccola Sara. Dai che hai la sciarpa, sciocchina. Rispondeva con un sorriso stampato il padre. Suo fratello, ancor più tremante di lei non diceva una parola, cercava di nascondere ridicolmente il freddo che provava in tutto il corpicino. Questi ricordi Sara li rifletteva nelle lacrime che cadevano incessantemente sul pavimento della loro casa, ormai segnata. Giuro che ti salverò! Tuonava Sara parlando a quel curioso riflesso, anche se non sapeva come. Era sempre stata segnata dal confronto col fratello, che fin da bambino mostrava segni di intraprendenza e a soli diec’anni aveva già appreso ogni singola minima furbizia del mestiere del padre. Ma a Sara non era mai importato, a lei bastava leggere i suoi vecchi romanzi fantastici, nella sua vecchia casa, piena dei suoi vecchi mobili. E non poteva permettere che qualcuno gliela portasse via. Il problema è sempre lo stesso: il denaro. Devo trovare un lavoro! Si gridava asciugandosi gli occhi rossi… Il problema è che non sapeva fare niente. L’unica cosa che aveva imparato a fare nella sua vita, oltre a spendere soldi nei romanzi, era prendersi cura della casa dei genitori che era anche la sua migliore amica. Non l’avrebbe mai abbandonata.

Sono a casa. Aveva detto il fratello appena entrato dalla porta dopo sei lunghi mesi. A casa però la sorella non c’era. Il suo occhio si era posato sul quadro con lo scafo rosso. Quante volte lo vedeva da bambino in attesa che tornasse il padre, immaginandosi le avventure che avrebbe vissuto. Non gliel’aveva mai detto ma voleva bene a sua sorella e in un dialogo col silenzio del mare aveva capito di amare anche la loro vecchia casa. Non aspettava altro che tornasse per confessarglielo una volta per tutte. Si era appena appisolato quando aveva sentito la porta aprirsi ma ad entrare non era la sorella ma uno sconosciuto. Un ladro! Pensava inizialmente ma no no no, ha aperto con la chiave! Questi e mille altri pensieri nel giro di un istante dilatato affollavano la mente di lui quando poi in quello stesso momento entra in scena anche la sorella, al seguito di quest’uomo.

Era l’ultima volta che Sara vedeva suo fratello, aveva deciso di andare via per sempre. Lei non voleva questo, non voleva innamorarsi di un uomo e andare a vivere con lui, convincendosi ad abbandonare quella casa. La nave se ne va. Sussurra senza voce, mentre lo scafo sopra il pelo del mare la osserva, da lontano.

LUCA ANDREOZZI

Con tono convinto diceva che il vento portato dal mare era l’antidoto contro ogni male: quando guardate l’orizzonte, e sentite la salsedine che vi entra nel naso, che vi ricopre le labbra e i capelli, state meglio. Lo sentite? Il mare sa già tutto, ci conosce.

Dopo quella telefonata, Sara era andata sul molo con la speranza di trovare una risposta ai tanti dubbi che il fratello le aveva messo in testa.

D’un tratto, le erano venuti in mente ricordi che era convinta di aver rimosso ma che, in realtà, aveva sempre conservato. Come in un déjà vu, riusciva a sentire le stesse sensazioni provate in quegli attimi ormai lontani. Una lacrima commossa le accarezzava la guancia, asciugata con dolcezza dal vento.

Ogni Natale, i fratelli e l’intera famiglia si riunivano e la casa si colorava di sentimenti e unione.

Adesso, invece, era abbandonata e ricoperta da una patina di polvere e malinconia che Sara e il fratello non avevano mai pulito. Le si era creato un tarlo nella mente: se vive in mare, perché vuole venderla? Chiamato il fratello, le aveva detto che se non si fossero incontrati lei non avrebbe fatto niente: d’accordo Sara, dovrei riuscire a tornare per il 21. I giorni si erano contornati da lunghi silenzi e passeggiate lungo mare.

Da quando i genitori morirono, i fratelli si erano persi, come se una cicatrice si fosse messa fra di loro. – Sara sono arrivato, dormo in barca stasera, ci vediamo domani mattina alla casa. L’incontro fra i due era stato emozionante.

Una volta entrati, un brivido accarezzava la schiena di Sara. Camminavano fra i corridoi, entravano nelle vecchie stanze, ma giunti al salotto un particolare aveva gelato il sangue di Sara: dov’è lo scafo rosso? Non c’è più nel quadro!

Sara – aveva risposto il fratello – nostro padre non è morto in un incidente, si è suicidato dopo aver perso la mamma. Tu eri troppo piccola per rivelartelo. Se vogliamo riprenderci le nostre vite dobbiamo lasciare per sempre questa casa, altrimenti il passato continuerà a tormentarci. Questo posto ha delle energie strane e a volte succedono delle cose e basta. In quel preciso momento, il riflesso sullo specchio accanto al quadro di quello che sembrava il padre, era stato visto da entrambi.

Erano usciti completamente sconvolti e dopo essersi calmati, il fratello aveva parlato per primo: cosa vuoi fare Sara? E Sara, con tono fermo: vendiamo. Dobbiamo vendere e abbandonare il nostro passato.

ANTONELLA BOCCASILE

Sara era sul divano, pensierosa. Dopo quella telefonata era cambiato tutto. Così andò in quel posto, magico per i suoi pensieri: il porto. Come da piccola, si sedeva con suo padre e realizzava una barchetta colorata. Suo padre le ripeteva sempre “Sara quando sarai grande quella barca racchiuderà tutti i tuoi sogni, il tuo cuore ti guiderà dove vuoi!”. Sara era lì, in quel posto e pensava a suo fratello che ormai non vedeva da anni: lontani ma insieme, come facevano da bambini: lui le porgeva un nastro rosa e lei danzava sul lungomare. Improvvisamente la loro mamma li lasciò con una lettera: “L’amore che provo per voi è infinito, vi amo immensamente ma ho deciso di andare via. Sarò sempre con voi, anche se non mi vedrete. Vostro padre vi ama, ama anche me, ma non posso restare. Vostra madre”. La vita li aveva messi alla prova. Un giorno, mentre erano a cena il padre chiese: “Qual è il vostro sogno più grande? Io quando ero giovane avevo sognato di fare il pittore, lo vedete questo?” indicando un dipinto con un grande scafo rosso – “l’ho realizzato , ho seguito i miei sogni fin in capo al mondo, anche quando sono diventato ufficiale. “I sogni sono la più grande forza che avete. Non arrendetevi mai, neanche quando vi diranno che non siete abbastanza. Io sto morendo, la vostra mamma è andata via perché non ha saputo affrontare il dolore di un amore che stava per perdere, siate forti”. Sara e suo fratello abbracciarono quell’uomo così speciale. Un mese dopo il fratello di Sara seguì il sogno chiamato “sea”, suo padre gli regalò una spilla. Poco dopo il padre morì, lasciandole la mano in un giorno di pioggia e Sara si ritrovò sola. Passarono gli anni, Sara coronò il suo sogno: ballerina di musical ma debole ogni volta che tornava in quella casa. Quella chiamata di suo fratello l’aveva confusa. Sara tornò sul lungomare, e una donna sconosciuta le disse: “Proteggi i tuoi ricordi, lasciati trasportare dal vento che ti porterà ad essere quella che sei”. Sara si guardò attorno, non vide nessuno sorrise.

ANDREA CANGIANI

E quel vento le sembrava di sentirlo proprio come quando era bambina avvolta nel suo cappottino di lana mentre stringeva la mano del padre, come se volesse dirgli: “Papà resta, non partire un’altra volta …”.

La casa non si vende, non permetterò che sia venduta ripeteva tra sé e cercava di richiamare il fratello ma senza successo. La vecchia casa piena di ricordi: dalle feste di compleanno, alle cene con i parenti e amici, alle notti d’estate passate svegli a sentire il frinire dei grilli percorrendo il viale che conduceva al mare.

Quel mare di fronte al quale sedeva con il padre che le raccontava di paesi lontani e le parlava di libertà, di quanto fosse importante l’essere liberi, liberi di pensare, di sentire. Lui le aveva insegnato che non vi era più grande ricchezza dell’autonomia dell’intelletto, la stessa idea che con forza lei trasmetteva ai suoi allievi.

La casa al mare non deve essere venduta, riuscì finalmente a scandire queste parole al telefono al fratello, trattenendo a stento le lacrime e le ritorno alla mente l’immagine della vecchia quercia abbattuta qualche anno prima. Vide quell’albero cadere al suolo trascinando con sé l’edera e le nuove piante che rigogliose erano cresciute attorno al suo tronco e lentamente lo aveva avvolto perché offriva loro un sostegno forte e sicuro.

Come puoi permettere questo?  Ribatté ancora, non ti importa nulla di me e di papà, papà non avrebbe acconsentito. La casa dei nonni, la casa intrisa dei ricordi della nostra infanzia. Dove finirà la grande libreria vicino al camino, e la sedia dove papa sedeva a fumare la pipa? Tu sei uomo di mondo ed insieme agli abiti logori rinchiudi nei bagagli anche le emozioni che non sei mai riuscito ad esprimere, ad esternare, tacciando me e la mamma di “sentimentalismo spicciolo”.  Non sai che il cuore, quell’organo pulsante che ci dà vita e ci condanna nello stesso tempo, esattamente come la prua della tua adoratissima nave quando è saturo di emozioni straborda e non riuscirai nemmeno tu perso, a contenerlo.

GABRIELLA CANTAFIO

Adagiarsi sotto i raggi del sole sarebbe equivalso a vivere in comfort zone. Invece il padre, esperto domatore di acque mai chete, sin da piccoli li aveva abituati ad affrontare la vita con il vento in faccia. 

Quello stesso vento che, non appena adagiò la cornetta del telefono, scarmigliò i pensieri di Sara.

In pochi mesi, una tempesta imprevedibile aveva sconvolto la precaria stabilità della nuova vita che si era costruita da sola, districandosi dalla salsedine degli affetti, stanca di vacillare sulla nave chiamata famiglia che le provocava conati di pessimismo.

A dir la verità, sei anni fa, uno dopo l’altro, tutti i componenti della famiglia Pinti erano scesi da quella nave incagliata. La prima fu la madre che scomparve prematuramente annaspando in un mare di sofferenza. Subito dopo il figlio maggiore decise di imbarcarsi, seguendo le orme del padre che per vent’anni aveva mantenuto le distanze dalla terraferma. Mentre lei, Sara, la piccola di casa, si era trasferita nella capitale per portare in scena la sua sensibilità.

Una famiglia in alto mare, si erano sempre definiti. Inconsapevoli che la peggiore tempesta doveva ancora arrivare.

Quel giorno di marzo i tg parlavano solo di emergenza. Fu un annuncio a reti unificate, un po’ come il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica. Ma lì non stava finendo nulla, era solo l’inizio di qualcosa di inaspettato.

Mentre le strade delle città si popolarono di sgomento e la gente si rinchiuse in casa temendo il nemico sconosciuto, Sara, reduce da un’adolescenza claudicante, venne travolta da una pioggia torrenziale di brutte notizie.

Il teatro aveva chiuso le porte in faccia ai suoi sogni; la casa di cura le aveva comunicato il peggioramento delle condizioni di salute del padre; il fratello voleva vendere la casa dei genitori.

Tra le quattro mura della sua abitazione cercò l’abbraccio del vento indomabile che avvolgeva i ricordi d’infanzia. Con gli occhi inumiditi dalle lacrime della memoria rivide lo scafo rosso. Ma non c’era più la madre pronta ad accoglierla nel suo tepore. Né il padre con i neuroni ormai naufragati. Né tantomeno il fratello che, ancora una volta, aveva preferito prendere il largo da ogni bega familiare, chiudendole il telefono in faccia. Era rimasta solo lei, inerme, a fissare quella nave sgangherata, mai abituata a porti sicuri, che doveva continuare ad andare. Nonostante tutto, come sempre.

GAIA CARAMIA

Io a terra non ci torno. Queste parole continuavano a rimbombare, come l’eco in una stanza vuota, nella mente di Sara.  La determinazione nel seguire un sogno, nel realizzarlo e nel farlo proprio era un aspetto che alla personalità fanciullesca della ragazza mancavano.

Sin da piccoli, sin dal tempo delle lunghe passeggiate in riva al mare, delle grandi domande sul futuro che verrà, Sara era sempre rimasta  in silenzio, come una nave, di notte, posizionata all’interno del porto, mentre ascoltava con ammirazione ed invidia i lunghi discorsi tenuti dai due uomini della famiglia.

È sempre stata una potenza, che non è mai riuscita a divenire atto.

Il mare è sempre stato il suo più grande sogno nel cassetto: una via che puo’ portarti ovunque come puo’ condurti da nessuna parte, un ente capace di farti perdere la concezione del mondo circostante.

Guardava il grande quadro appeso in soggiorno: la casa va venduta, continuava a ripetersi, quasi in maniera ossessiva.

Essa era l’ultimo legame che aveva con la sua famiglia: un velo di lutto si era impossessato della sua vita, causando la perdita delle persone a lei più care, come un parassita che si stanzia nei corpi più deboli e cagionevoli.

La vita, nonostante ció, continuava ad andare avanti, per Sara,peró, molto lentamente, come se i secondi fossero scanditi l’uno dopo l’altro, tanto da percepirne il peso.

La nave del fratello, invece,continuava ad andare, lontana, libera, non imbrigliata a dolori e rimorsi. Avrebbe desiderato che si fermasse, giusto un attimo, per permettere che ci salisse anche lei, così da poter assaporare, finalmente, il sapore che si sente nell’avere il controllo delle proprie emozioni.

Le era stato portato via il suo mondo. Voleva solo andare via, galleggiare come una nave, perdendosi nell’orizzonte, per ritrovare la via di casa.

FRANCESCA CARUSO

Sara si sedette sul divano consumato dai giochi dell’infanzia, dalle riunioni di famiglia, dalle litigate con il fratello, dalle lacrime e dalla gioia. Tutto ciò che vi era in quella casa costituiva il suo giardino dei ciliegi. Non avrebbe voluto vendere neanche la più piccola cianfrusaglia. Perché non riusciva a prendere il volo? Perché viveva solo nei ricordi, nelle illusioni della fanciullezza? Pensava a suo fratello, al suo sguardo sempre rivolto al futuro. Irrequieto, solo l’immensità del mare avrebbe colmato una continua e ansiosa ricerca di libertà. La vita di Marco scorreva placida come il mare su cui navigava. Le tempeste erano solo passeggere. I problemi superflui. La sua memoria si azzerava ogni minuto come le onde assorbite dalla battigia. Sara no, era prigioniera del passato. Da quando, nel giro di due mesi, le erano morti entrambi i genitori, non si era più ripresa. Aveva ereditato solo debiti di una vita bella ma dispendiosa. La felicità aveva avuto il suo prezzo, ma Sara voleva rimanere accanto a tutto ciò che le ricordavano i genitori, le uniche persone che l’avevano veramente amata. Non aveva mai camminato da sola. Per questo si alzò improvvisamente risoluta dal divano, per ripercorrere un’ultima volta tutti i ricordi legati a quella casa. I cenoni alla viglia di Natale, le feste di compleanno, i tanti ospiti che riempivano il grande salotto, i baci dei nonni davanti alla porta d’ingresso, la cameretta e le urla dei bambini che si contendevano i giocattoli ed infine il lettone di mamma e papà che diventava un fortino per proteggersi dalle paure. Aveva le lacrime agli occhi. Tutto ciò era insopportabile. Corse nel vecchio soggiorno, staccò dalla parete il grande quadro con lo scafo rosso. Era pesante quanto il dolore che la dilaniava dentro. Uscì, sbattendo la porta d’ingresso, da quel mondo che cercava ancora di trattenerla. Mise il quadro nel cofano della macchina e si diresse verso il mare. Aveva bisogno di prendere il vento sul molo. Avrebbe perso la casa per l’ipoteca, ma il vento no, quello avrebbe sempre soffiato su di lei, riportandola a quei momenti in cui il padre ritornava dai suoi lunghi viaggi di lavoro e la famiglia si riuniva in una grande festa. Quel vento non solo le riscaldava il cuore, ma l’inebriò di freschezza. Sara aprì gli occhi e vide l’orizzonte davanti a sé, c’era ancora una vita da scoprire, doveva solo avere coraggio e spiccare il volo.

ALESSIA CAPUTO

Come se il sussurro del vento che scompigliava i capelli dei due fratelli potesse valere più delle carezze che lui stesso sarebbe riuscito a dar loro. Lasciava che il vento li prendesse tra le sue braccia, sperando che questo bastasse per cancellare le tracce di quella sua assenza che tanto li tormentava. Chiedeva al vento gelido di insegnar loro ad essere liberi. In un sussurro che i bambini non sentivano mai, rapiti com’erano dal panorama, concentrati nell’ignorare il freddo che accarezzava le loro esili gambe. Sara era sempre la prima a stancarsi e a chiedere di poter tornare a casa. Il fratello sbuffava, cercando di ignorarne i lamenti, e tornava a concentrarsi sul movimento irregolare delle onde che, di poco distanti dai suoi piedi, si animavano dando vita a forme dal fascino ipnotico. L’eco del vento gli rimbombava nel torace e sembrava che sprigionasse in lui un’energia che quasi lo spaventava. Voleva andare il più lontano possibile. Voleva essere la nave di cui suo padre gli parlava sempre, per poter avvicinarsi a quell’orizzonte così nitido, per non sentirsi più così piccolo davanti a quell’infinita distesa in tumulto. Sara, d’altra parte, ne era terrorizzata. Non riuscire a vedere la fine di quella distesa azzurrina la faceva sentire persa e le faceva venir voglia di nascondere il volto nel grande cappotto del padre. Il giorno in cui il fratello era riuscito finalmente ad abbandonare quella vita che tanto sentiva stretta, Sara si era ripromessa di non allontanarsi mai dal luogo in cui era cresciuta. Un capitano non abbandona mai la sua nave. Se lo ripeteva sempre, anche quando le sembrava di essere sul punto di naufragare, anche quando il mare le aveva portato via suo padre in un insolitamente freddo giorno di maggio di tanti anni prima. Nelle settimane successive al giorno in cui anche sua madre aveva esalato il suo ultimo respiro Sara aveva atteso invano il ritorno del fratello. Desiderava di vederlo varcare la soglia della porta d’ingresso e non di ricevere uno stupido telegramma. Dopo quella telefonata la casa le sembrava ancora più vuota, ancora più grande. Le sembrava di non riuscire a scorgerne le pareti. Improvvisamente era tornata ad essere la bambina terrorizzata davanti al mare sconfinato. Lui, d’altra parte, aveva chiuso la telefonata sospirando e aveva guardato il mare. L’aveva promesso a sé stesso già anni prima: la sua nave non si sarebbe mai fermata.

ANNA CASTIELLO

Vendere la casa. Come se fosse semplice, svuotarla degli anni vissuti lì.
E dove andranno a finire i ricordi, quelli belli? Si chiese. Il giradischi di papà, la collezione di porcellane di mamma, i quadri d’autore, i modellini in scala che prendono polvere nello studio, i libri, migliaia di volumi, miei, di Carlo, i manuali di medicina.
Parlava Sara, quasi che Carlo potesse ancora sentirla. Si strinse bene la sciarpa intorno al collo e si avviò verso il molo, a prendere il vento.
Sperava, forse, che l’eco dei suoi pensieri raggiungesse Carlo, in qualunque punto del mare si trovasse.
Erano stati una famiglia felice, per lungo tempo. Tutti e cinque.
Ernesto Bellavia era un luminare di cardiochirurgia. E sua moglie Cecilia un’insegnante di filosofia.
Erano stati bambini sereni, lei Carlo e il piccolo Fulvio. Adolescenti con le loro ribellioni, con i colpi di testa tipici della giovane età, e l’influenza degli anni Settanta. Erano diventati adulti borghesi, come i loro genitori, lei e Carlo. Fulvio no, lui era rimasto un ribelle, e forse tra tutti era stato il più felice.
Fino a che un anno, insieme al libeccio, era arrivata anche la sventura.
Carlo, siamo rimasti soli. Pensò la donna, sulla pensilina ondeggiante del pontile.
Arrivò alla barca che era stata di Fulvio, tese il braccio per accarezzarla, illudendosi che quel gesto potesse avvicinarla alla famiglia perduta.
Mamma, papà, adesso siete in pace.
Quella sera Carlo si trovava in mare, era medico di bordo per una famosa compagnia di navi da crociera. Sara era ancora sveglia, la testa pesante sul cuscino, e i pensieri che viaggiavano in direzione del suo matrimonio naufragato.
Quando squillò il telefono, a quell’ora tarda, ebbe un sussulto al cuore: si augurò di sentire la voce di suo marito che le chiedesse di affacciarsi, sono qui sotto il lampione vedi, che le dicesse fammi entrare.
Ma la speranza fu spazzata via dai singulti di sua madre in preda a una crisi di pianto. Fulvio, Fulvio erano le sole parole che riusciva a pronunciare.
Non era facile rivivere quel giorno, pensò Sara, affacciandosi sul presente.
Dopo la tragedia in mare, i loro genitori si erano lasciati morire. Dapprima Cecilia, il mese scorso, poi Ernesto appena qualche giorno prima.
Sono rimasta sola, rifletté. Carlo, l’unica appendice della sua famiglia, viveva su una nave.
Lei si sentiva orfana, del passato ma anche di un futuro.
Sì, la casa andava venduta.

LEONARDO CASTORO

E loro ci andavano su quel lembo di cemento che finiva nel mare. Rimanevano lì fino al tramonto, appiccicati al padre, che ogni tanto si voltava verso di loro con gli occhi lucidi, per il vento o per qualcos’altro. Quel burbero marinaio era fatto così.
Poche parole che non dicevano molto. Sguardi sfuggenti che dicevano tutto.
Le piaceva stare lì, le ricordava sua madre. Anche a lei piaceva vedere il sole inabissarsi dietro il mare, la linea dell’orizzonte confondersi nel crepuscolo. Il padre lo ricordava, Marco no. Lui era troppo piccolo, quel pomeriggio burrascoso. Quel pomeriggio di lacrime e voci spezzate, di paure e di improvvise, definitive, assenze.
E sul molo non ci andò più, dopo che anche il padre partì per l’ultima volta. Marco, al contrario, decise di rincorrere l’orizzonte. Per questo lo invidiava. E ora, al massimo, riuscivano a scambiarsi una parola su dieci per la vendita della casa. Dove erano cresciuti, fra arrivi e partenze.
Non ci andava da anni, ma sentendo il distacco imminente, si precipitò lì.
Era tutto come lo ricordava, ma un velo di polvere si era posato sul divano, i mobili e il tavolo. Rimestò fra i ricordi, alla ricerca di un pranzo, con tutti e quattro, ma non le venne in mente nulla, solo una vaga rimembranza, un passato sfuocato, in cui si mescolarono memorie, sogni e sentimenti. Andò nella camera da letto dei suoi genitori. Sul comodino c’era la foto di sua madre.
Non riuscì a trattenere le lacrime.
Dopo le montò dentro un moto di ribellione. Pensò chiaramente che avrebbe chiamato suo fratello, gli avrebbe detto che la casa non si vendeva, che doveva esserci un altro modo e che lei l’avrebbe trovato. Aveva il cellulare già in mano, quando si sentì smarrire nel silenzio di quella casa. Il tempo e la polvere avevano trasformato il luogo in cui era cresciuta nella carcassa di un passato lontano.
E le navi non possono rimanere ormeggiate in eterno. Devono salpare.

Venduta? Si sentì gracchiare.
Sì, disse Sara, poi ti spiego meglio.
Ok, ora devo andare.
Ma come fai? Gli disse.
Come faccio cosa? Fece lui.
Come fai ad essere così forte?
Seguirono rumori indistinti, poi una frase nitida.
Me l’hai insegnato tu cosa significa essere forti.
Marco tornò al suo orizzonte, Sara sul divano di casa sua. Sorrise, poi vide l’angolo ancora pieno delle cose che aveva portato via prima della vendita, compreso quel quadro.
Lo scafo rosso. Il mare in tempesta. E la nave che va avanti.

ADRIANA CATAPANO

Scostò il cellulare dal viso, avvertì il gelo delle dita. Neppure sentiva freddo, strano fossero pietrificate. Le ricordava così nelle sere grigie annebbiate dalla burrasca: Tom e suo padre seduti nel mezzo della bufera e lei appena dietro, tremante. Richiamava le scarpe logore di fango, i vestiti bianchi di sale, la barba umida dell’uomo che la sollevava tra le braccia, la faceva volteggiare; le pareva buffo. Buffo che per la prima volta, dopo anni, vi guardasse con occhi diversi, mesti e critici, come quelli di sua madre.

Andrea la raggiunse sul balcone, le prese la mano.

«Piangi, mamma?»

Sentì il cuore stringersi nel petto, rattrappito dal freddo; sorrise.

«No»

Restarono così, a reggere lo sguardo sulla tempesta lì davanti e sentire il vento che li incartava nel sale. Il bambino pensava alla madre, la madre al mare: sabbia che turbina sul fondale e uno scafo rosso violato dall’acqua. Pensava alle rocce che attendono lo schianto, al suono appannato nelle conchiglie, quando ancora le andava ad ascoltare.

Dal villaggio erano arrivati tutti a reclamare una lacrima. Paese come gli altri, paesino di mondo. Ancora si chiedeva cosa le avesse impedito di andar via e cosa di lei fosse segretamente ancorato a quei confini. Ricordava le fantasie che da bambina la portavano a castelli incantati, atolli che le raccontavano del mondo al di fuori di là. Ma no. Restava immobile, con lo stesso vento che avanti e indietro le passava sopra tra gli anni, ancora a gridare scappa, via, liberati da qua.

Guardò il figlio che guardava lei e sognò di volare, gabbiano sul mare.

Le tornò a mente il viso di sua madre, come le appariva un tempo: labbra strette e occhi spenti, l’affetto meccanico di chi vuol bene per indole, non per cuore. La capì e profondamente. Capì le volte che aveva nascosto gli utensili da ricamo e quelle in cui aveva insistito sui libri di matematica, di latino. Capì le smorfie stanche quando il vecchio tornava ancora ingolfato nelle reti, a raccontare leggende dall’orizzonte lontano. Immaginò la rassegnazione quando il vecchio smise di tornare; la sofferenza tagliente a vedere Tom partire con lo stesso sangue, sulla stessa nave. Fu evidente perfino il velo di disapprovazione gettato su quella figlia che restava, che non se ne andava, mettendo radici in una prigione che piano piano costruiva da sé, tutt’attorno. Stesso paese.

Non si accorse di piangere finché Andrea non le raccolse una lacrima.

LAVINIA CIPOLLA

Sara guardava spesso quel quadro, ripensava a tutte le cose che il vento le avesse tolto.

Le vene, gli occhi, le mani fatte di mare, i capelli mossi dal vento, dalla rabbia, dall’amore.

Sara guardava spesso quel quadro, ripensava a suo padre, a tutto il tempo non trascorso insieme, a quanto poco sapesse di lui, a quanto troppo fosse il dolore perché di un padre, il suo, erano rimaste soltanto le onde.

Sara guardava spesso quel quadro, ogni tanto sperava di poterlo cambiare, sperava di poter cambiare.

In quella casa, la casa di mamma e papà, le cose erano lì, come se il tempo non fosse passato, come se del presente nessuno avesse il coraggio di parlare.

La sua casa non era il mare, il mare le aveva tolto tutto, quell’orizzonte non aveva più volti. Di quelle navi, di quei viaggi erano rimaste solo le liti, le grida, i lividi di una madre che non ha fatto più ritorno, di un padre inghiottito dai rimorsi che solo una tempesta ha il potere di cancellare, di un fratello che ha scelto di vivere dimenticando, dimenticandola, dimenticandosene.

Sara, la casa va venduta.

Sapeva fosse la cosa giusta.

Sara, lui non tornerà, non tornerà nessuno.

Ci sei solo tu, ed è con te che devi passare il resto della vita.

Così, lui, ha concluso la telefonata. Suo fratello non ha mai capito, troppo piccolo per rendersi conto che lei non ha potuto esserlo, che le sue lacrime sarebbero dovute essere più importanti, che le sue paure non sarebbero affondate con quella nave.

Sara guardava spesso quel quadro, ha cercato di salvare tutti, tranne se stessa.

Una bambina seduta su uno scoglio, con la sciarpa ben messa, con niente attorno.

Sara, distogli lo sguardo, vai dove non sei mai stata, conosci chi non aspetta altro, dimenticati del vento, della sabbia, sempre uguale e mai la stessa.

Non esiste nessun quadro, nessun divano, nessuna casa.

Non esiste, forse

Nemmeno Sara.

MASSIMINO DE FEBE

Perché secondo lui, era il primo viaggiatore in assoluto. Sarà stato per questo motivo che Paolo aveva deciso di viaggiare per tutto il resto della sua vita pensò Sara, ma erano passati quasi dieci anni da quando non lo vedeva, si dimenticò perfino com’era fatto, e si chiedeva spesso se fosse rimasto uguale, se avesse iniziato a mostrare qualche traccia di invecchiamento tra i peli della sua barba bruna o magari tra i suoi riccioli. Gli mancava molto e il pensiero che volesse vendere la casa dei loro genitori le fece aumentare la malinconia. Come mai era così deciso a non condividerla con lei come si erano promessi anni prima? Cosa era successo? Aveva forse bisogno di soldi e quello era l’unico metodo per averli? Voleva chiedergli queste cose ma Paolo non si confidava più con lei, la vita in mare l’aveva reso quasi un estraneo, le loro telefonate erano sempre uguali, pochi minuti, se non secondi, in cui lui si accertava che stesse bene ma ogni volta la linea era disturbata, quasi la sua voce fosse lontana mille miglia dall’apparecchiatura. Cercò di non pensarci e soffocò le sue mille domande tra le lenzuola , quella sera Morfeo l’accolse tra le braccia in un batter d’occhio. Un tuono leggero preceduto da un lampo la fece svegliare, pioveva, Sara si affacciò sulla soglia della sua casetta sul mare e notò con stupore che una nave si era arenata sulla costa, la sua vela rossa era strappata e l’albero maestro era deteriorato dalla salsedine e dal vento, la donna fissò con attenzione la polena dell’imbarcazione per poi indietreggiare, le somigliava tantissimo. All’improvviso vide qualcuno scendere dal suo interno, un uomo vestito di stracci le si avvicina, i suoi occhi celesti erano rimasti uguali, era Paolo. Che ci fai qui? Gli chiese. Quello che avrei dovuto fare anni fa, fatti dare un abbraccio. Sara commossa ricambiò l’affetto ma gli domandò cosa gli fosse successo, il fratello esitò, non rispose, cambiò discorso. La casa va venduta, i nostri genitori non vogliono che tu rimanga ancorata al passato e non lo voglio anche io, devi andare avanti, se non lo fai non posso andarci neanche io. Sara inizialmente non comprese, poi guardò meglio suo fratello e capì. La donna lo abbracciò un’ultima volta dicendogli tra le lacrime che farà come gli aveva detto. Paolo sorridendole tornò sulla sua nave ed assieme ad essa venne avvolto da un bagliore azzurro. Finalmente poteva traghettare verso il cielo.

ENRICO DISEGNI

Chissà cosa voleva dire. Lei ci pensava sempre. Anche Michael, il fratello, aveva il chiodo fisso e fu proprio quello il motivo della sua partenza. Non il mare, non seguire le orme paterne. Il vento. Così, per Sara iniziò ad essere chiaro il significato di quella parola: qualcosa che porta via qualche altra cosa, meglio qualcuno. Prima il padre e poi il fratello.
Sapete, quando tira forte il vento, e il mare è burrascoso, è difficile mantenere la rotta, difficile tenere saldi i piedi per terra e le mani sul timone, ripeteva il padre, e che, se solo avessero voluto, lo avrebbero travolto in un batter d’occhio; ma c’è un tacito patto che mare e vento stipulano con i marinai nobili e puri di cuore. Qual è la tua nave papà? Diceva la figlia morsa dalla curiosità. E lui, qual è la tua preferita? La piccola indicava il peschereccio rosso; e la tua? Michael guardava con ammirazione le imbarcazioni militari…Papà è su tutte le navi che ci sono in acqua! Ma ditemi, oltre le navi, cosa vedete? Il vento! Il vento non lo vedi, piccolo mio, il vento ti arriva sferzante sulla faccia e pieno nelle vele ma non lo vedi. Io vedo i pesciolini, diceva Sara, tanti pesciolini di tanti colori quante sono queste barchette! Brava! Ma ci sono molti più pesciolini, e tanto più colorati…il punto è proprio questo: in mare vedi solo una parte di quello che c’è davvero, tutto il resto è sott’acqua, lontano. Già da qui, da questo piccolo molo potete capirlo: guardate lì, e indicava la linea di confine tra mare e cielo, quella che cos’è? E lui, e lei tacevano. E’ tutto e niente. Sono gli opposti, due amanti che si attraggono in un tenero bacio e il vento è il loro alito di vita. Questo era per il loro vecchio, il vento.
Pronto, mi senti adesso? Devo farti una domanda, disse la ragazza al fratello, richiamandolo.
Cos’è per te il vento? Nessuna risposta. Sara pensava fosse caduta la linea, un’altra volta. La voce del fratello ruppe quel silenzio. Possiamo tenerla. La casa dico, la teniamo. Te lo ricordi? Seduto su quella bitta mentre fumava la sua pipa? La sorella non capiva. Il vento per me è il fumo che usciva dalla pipa di papà, il vento è casa mia.
Ma quando papà era fuori per lavoro, il suo pensiero arrivava lì, in quella vecchia casa, perché la sua casa eravamo noi.
Non vorrebbe andasse persa. Ti do un abbraccio, ci vediamo presto. Sara non disse una parola, e con una lacrima che le bagnava il viso finalmente aveva capito: il vento è tutto e niente.

LIVIA ESPOSITO

Andavano sul molo come si va al cimitero a salutare un caro, come si guarda negli occhi un amore perduto. Suo padre lo conosceva bene quel vento, pensò Sara: “Erano fatti della stessa sostanza. Papà come il vento, freddo, tagliente, che veniva da Est e giungeva dal mare.

Pensare che, da bambina, io papà me lo immaginavo figlio del vento, e quando salpava la nave, immaginavo che partisse per qualche terra lontana, ad est, richiamato dai suoi doveri regali. Mi consolava nelle sue lunghe assenze immaginarlo così, mi consolava pensare che tutti quei silenzi, quel freddo, quel suo essere brutalmente tagliente, fossero da attribuire alla sua natura. E quando, tornato, ci portava sul molo, capivo che era un modo per prepararci, perché un giorno sarebbe toccato a noi, a me e mio fratello, continuare la missione dei figli del vento.

Copritevi, ragazzi, mettetevi la sciarpa. Sono le parole più dolci che ho sentito dire a mio padre, e dolci lo erano davvero, alla maniera del vento: decise, inafferrabili, potenti.

E adesso che me ne sto qui, in questa casa in cui sono cresciuta e dalla quale non mi voglio separare, mentre me ne sto qui, il telefono rosso ancora in mano, penso che anche la casa sembra una nave, con tutto questo legno di cui sono ricoperte le pareti, queste cianfrusaglie da marinaio, con la polvere, e queste finestre piccole che la rendono così scura. “Non hai mai trovato pace in terra, eh papà?” dico guardando il quadro con lo scafo rosso. “Neanche io la trovo papà, e neanche Aron. Passa la vita in mare. Dice che non riesce a stare troppo a lungo in un posto, che gli manca l’aria. Ma in realtà scappa, papà. E io lo capisco, papà, e non posso aiutarlo, perché anche io scappo. Io in terra e lui in mare. Scappo da me, da tutti i sogni che non sono riuscita a realizzare, scappo da te e dai tuoi silenzi che facevano male, papà, più delle parole, più del vento in piena faccia in inverno sul molo. Ma perché ci hai maledetti così? Le persone sono fatte per avere radici, per una casa, ma persino questa casa è una nave! E così stancante papà, voler fermarsi in un posto e non saperlo fare. Dove hai nascosto il Terrano, papà? ne berrei un po’ alla tua salute adesso. Ah eccolo qua! E’ di cattivo gusto brindare alla salute di un morto, papà? Fa lo stesso: Alla salute di Italo Pace, nato Pačić. Passò la vita a scappare dalla pace per ritrovare sé stesso. Lascia ai figli una nave, una sciarpa, e un viaggio da continuare”

PASQUALE PIO FERRARA

Quello stesso vento che tirava ora, oltre il vetro del soggiorno e spifferava dentro senza una direzione chiara, scollava quelle parole. Poteva aver dimenticato le domeniche in darsena, lo stirarsi al sole delle cime, il tuffo caldo dei gabbiani? Ma in lei nulla lasciava ammettere che quel bimbo fosse diventato un pirata senza memorie, avesse tolto gli ormeggi, non ricordasse più come la marea portasse a riva, sulla spiaggia sotto casa, le alghe che un tempo si lanciavano addosso, come stelle filanti. Guardò fuori alla finestra. Il vecchio capanno del padre sragionava nella tramontana, il suo affaticarsi di vecchia sagoma arrivava come un sottotitolo di nostalgia e tarlature. Prese il cappotto imbottito, stanò la lunga sciarpa viola dalla manica. Mentre camminava verso il capanno, guardò alla vecchia casa con la stessa inespressa ferita che aveva riservato prima, dalla finestra, alla solitudine di quel rudere da soccorrere, ora che la richiamava. Entrò dentro, fece un passo, poi altri due nel buio del suo sguardo. La porta non era stata smossa da anni, forse solo i ragazzi che ci finivano a scopare avevano mantenuto in allenamento i cardini. O era solo una fragile fantasia per quel luogo di topi, gatti. Una tela di un verde innevato copriva la vecchia barca, la barcaccia che mettemmo a secco quando babbo…non seppe avventurarsi oltre, una cecità del pensare. La scoprì d’un lembo come si spia il sesso di un bambino, con timore di destare più sospetti che il sonno del neonato. Poi, lo sguardo mutò in una muta autopsia. Era la chiglia d’un cadavere venato, il rosso grattato dall’umidità, le mattine che non tardano più ad arrivare. Si strinse nella sciarpa. Capii perché aveva visto a quel modo la custodia fatiscente della sua infanzia. La casa era una nave incagliata nella sua stessa carezza, ora che si sfilava la sciarpa senza la necessità di un vento. Il vento cessava e riprendeva a saltare in fischi, una chiamata nuovamente disturbata. Non era suo fratello il vero pirata, era solo lei, lì, ad essere naufraga.

BEATRICE FIORENZA

“Fammi una crocchia” le disse sua nonna.

“Nonna” si tolse una forcina dalle labbra “dobbiamo vendere la casa.”

Se era sopravvissuta novantasette anni dopo le morti di suo marito e sua figlia era quasi solo grazie alla demenza senile.

Sara diede un tocco di lacca.

“Le donne della nostra famiglia, cara, sono destinate ad aspettare la fine qui.” disse la vecchina, come se si fosse svegliata di soprassalto.

“Me lo dici una volta al giorno, nonna, e continua a non avere senso.”

Nei vicoli sbattuti di vento, strascicava giorni fotocopiati, batteva i pezzi alla cassa dell’alimentari, sentiva il miasma che emanava quel paese di tessuti cascanti il cui numero complessivo di denti si riduceva proporzionalmente a quanto aumentavano le paternali.

E a casa sua nonna cantava un motivo d’opera e diceva “Che bello il mio pianoforte, cosa farei senza!”

Le aveva chiesto se poteva vendere la casa. “Certo che puoi”. Perché non le aveva risposto “No, te lo scordi, è la casa della mia famiglia da secoli”?

Perché era vecchia e rincoglionita.

Alla nonna non importava. Neanche a lei e questo la faceva sentire in colpa.

Sei mesi dopo, Sara scendeva nel porto, una visione scassata e totale che sono aggettivi adatti all’ineffabile, che era proprio quello che sentiva, se si può sentire, dietro allo sterno, guardando nel mare violaceo una nave in arrivo.

Quando scese si baciarono sulle guance composti. Glielo disse: “Vendiamola, non mi importa davvero, ma io me ne vado via di qui. Dovrai fare la tua parte con la nonna.”

La nave è per sua natura passeggera. La cassiera dell’alimentari no. Il fratello le aveva detto che la casa potevano tenerla ma la nonna spettava a lei. “Le donne di questa famiglia” cantilenava ora, mentre sua nonna suonava il pianoforte e avrebbe voluto essere rimbambita come lei e invece era condannata a una emicrania di lucidità. Soprattutto quando il fratello le mandava i soldi per il mantenimento della nonna e della casa. Quando la nonna non riusciva ad alzarsi dalla vasca da bagno e doveva farlo lei. Quando camminò sul molo, si tuffò in acqua, nuotò fino a sentirsi divorata dai crampi, si accasciò in una bara d’acqua e aspettò di sentire la lucidità venir finalmente meno. Avrebbero trovato un corpo morto, di quelli schifosi per l’annegamento, non troppo bello neanche da vivo, non troppo giovane. Si girò tra le coperte. Non poteva suicidarsi davvero. Chi avrebbe badato alla nonna?

ALESSANDRA GENNARO

Sara riprende il vecchio diario, ha gli occhi lucidi.

25/08

Devo dirtelo, ho letto il tuo messaggio. Lo avevo già letto nel tuo modo di parlare, nei tuoi occhi. Sì ho letto che eri stanco di tutto, dei tuoi genitori, dei tuoi amici e della vita hai scritto anche. Ma no, della vita no questo non puoi dirlo. Ti vedo che fai finta di essere tranquillo e non te lo dico mai ma io ho paura, per me e per te. Non parli ma io lo capisco quello che mi dici con i silenzi, che la tua vita ora non ti piace e che non vuoi che anche per me sia così. Che mente che ti ritrovi sei così divertente, sensibile, intelligente, ma anche con queste qualità nella vita si fallisce? Quali sono gli errori da evitare?

03/01

Sei partito. Mi hai lasciata sola ma lo so che non non volevi abbandonarmi anzi stai cercando la risposta per portarla poi a me e non farmi sbagliare come credi di aver sbagliato invece tu. Spero che le risposte che troverai saranno tante perchè io qui ho domande che mi sotterrano e mi fanno riflettere tanto. Penso che invece di essere irresponsabile come dice papà, tu sia coraggioso. Hai raccolto i tuoi tormenti e gli hai buttati in mare e poi ti sei messo a navigarci sopra come se nulla più abbia la forza di portarti a fondo.

18/07

Papà forse adesso ha capito, sì è da un pò che mi chiede di scriverti di tornare, perché ha capito che in passato con te si è comportato troppo duramente e che ti guardava ma non ti ascoltava. Da un pò si stanca facilmente e mi racconta sempre più spesso storie di quando eravamo piccoli, mi dice che quando lui non ci sarà più noi due dovremo più di ogni altra volta contare l’uno sull’altro. Ma basta parlare di queste cose papà, così mi deprimo dai…gli dico io e lui guarda la foto di noi in barca, la mamma che ci tiene in braccio e sorride.

29/08

Papà voleva che tu ci fossi, che fosse una celebrazione intima e invece mi hai lasciata sola a piangere la sua morte, in mezzo a persone che mi confortavano e mi chiedevano dove fossi. Me lo chiedo anch’io. Dove sei Sandro? Il mare ti ha portato lontano da me e tutto questo tempo, ogni volta che aspettavo che quelle poche volte scendessi a terra, ti sentivo sempre lontano, mi guardavi ma puntavi gli occhi verso il mare. Persino adesso che quella casa è vuota, non vuoi averci a che fare. Pensavi di essere così diverso da lui, ma anche nei suoi occhi, pochi giorni prima di morire, ho visto la tempesta.

Pensa a Sandro, al telefono era questo quello che avrebbe voluto dirgli, ma è tardi.

IRENE GIANESELLI

E lei il vento lo sapeva prendere davvero, aveva imparato, aveva tecnica e fiato.
Correva fino al limite del lampione intermittente e si fermava con le punte dei piedi sospese verso le onde schiumanti, quasi pronta al tuffo: lo sterno contro la ringhiera marcia, il viso e le spalle indietro, le braccia aperte.
Il gelo del maestrale le strappava dagli occhi l’assenza del padre, le mani nervose della madre sulla nuca del fratello.
Fallo tornare, se deve venire la tempesta che venga quando lui farà porto, pregava la madre torcendosi le dita in grembo.
E Dio non faceva annegare il padre in acque lontane, la rotta segnata in rosso sulla carta nautica stesa sul pavimento della loro camera non finiva spezzata dal vento.
Sara ricordava questo mentre provava a richiamare il fratello ma il segnale della nave era sparito, impossibile contattare l’equipaggio.
E che si fa? Aveva chiesto al comandante con le orbite incancrenite di salsedine.
Si aspetta che torni il segnale o che tornino loro.
E la nave va, dove non si sa, noi aspettiamo qua.
E se non dovessero tornare?
Ma Tommaso tornerà, si era detta alla fine fissando il tumulto del cielo, tornerà lui tra sei mesi e tornerà il segnale tra poche ore e io lo convincerò: la casa dei nostri genitori non si venderà, né ora né mai.
Il comandante piegò il capo afferrando la visiera del cappello per congedarsi.
Il vento si solleva e bisogna tentare di vivere, Sara ripeteva i versi di Valery, sul filo scuro dell’orizzonte non trovava il profilo rassicurante di una nave.
Le notizie non sono buone, aveva detto dopo un’ora un sottoufficiale grattandosi la guancia.
Pare che la nave di Tommaso abbia incontrato un Tifone, aggiunse sparendo di nuovo nel rettangolo buio di un corridoio con le sue spalle anemiche.
Sara aveva pensato al volto scolorito dal freddo e immaginava il corpo di Tommaso gonfio d’acqua, abbandonato alle correnti, rassegnato, perduto.
Non c’è speranza, qui non può restare, la voce di un tenente alle sue spalle.
Pochi minuti dopo Sara correva fino al limite del lampione intermittente, la pioggia frustava le sue gambe.
È tempesta e siamo tutti perduti: in mare come in terra.
Sara adesso aveva le braccia aperte, stava prendendo il vento.
Lo aveva afferrato come una lunga, lunga, lunga fune logora e sfuggente e stava tirando verso sé, con forza uguale e contraria.
Tommaso deve tornare, tutto voglio salvare: la casa, la memoria, il fratello, la vita.

ELISA GIANNI

Il ricordo arrivò vivo, come una scarica di piccoli aghi lanciata contro i pochi centimetri di pelle scoperta. Si ritrovò bambina, con la sciarpa e il cappellino di lana bianchi, le mani strette in quelle dei suoi genitori. Gli occhi, pieni di amore e ammirazione, incollati sul papà per studiare ogni segno di invecchiamento accumulato nei mesi di assenza. La mamma che urlava a Federico di stare lontano dai bordi e di non sudare. Lui che correva a braccia larghe, facendo l’aeroplano, con le guance rosse e turgide di infanzia e di gioia. Pensò a Federico oggi. Chissà se, nonostante la faccia scavata e la barba bianca, gli capitava ancora di sentirsi così. Almeno ogni tanto, almeno in mare aperto, quando la nave andava.

I suoi genitori non le avevano mai chiesto di tornare. E lei non aveva mai confessato quanto ci pensasse dopo tanti anni fuori a inseguire la carriera e nient’altro, tra un paese e l’altro. Poi, quando la mamma e il papà se ne erano andati a poche settimane di distanza l’uno dall’altra, aveva rimosso l’idea per il troppo dolore. Tornare a casa, in quella casa lontana e vuota, era diventata una pratica burocratica da evitare il più possibile. Ma Federico, con una sola frase precisa – e la nave, con tutte quelle che si era portata via – avevano dato nuova forza al suo desiderio di radici. La visione arrivò nitida quanto il ricordo: lei a passeggio nei giardini della sua infanzia; lei sul corso, a incrociare sguardi che aveva conosciuto in gioventù; lei di nuovo sul molo, a festeggiare il ritorno del fratello dal mare. Tutti gli appuntamenti in agenda le sembrarono d’un tratto di poca importanza, tranne uno. Chiamò la banca.

Bisognerebbe vivere tante vite quante sono i luoghi che ci hanno avuti. Ma la vita è necessariamente una sola e allora non resta che affidarne un pezzo a ognuno di questi luoghi, lasciare che faccia il suo corso e riassaporarla per intero a ogni ritorno. Sara sentì di aver messo tutto sulla bilancia: ogni esperienza, ogni incontro, ogni città vissuta. Di fronte all’ipotesi di non vedere più la casa dei suoi genitori, aveva capito di appartenere a quel luogo come a nessun altro. E in lei era scaturita la certezza: là dove era nata, era il posto migliore per rinascere. Comprò un biglietto di sola andata e mandò un messaggio a Federico: “Sto tornando, ci vediamo tra sei mesi a casa”. La risposta arrivò presto, nonostante il mare: “Facciamo al molo, ricordati la sciarpa”.

SERENA GIANNINI

La percepiva vicina solo guardando il mare e si sentiva libero solo quando il vento gli sfiorava pelle.

Quei momenti erano gli unici in cui Luca era in grado di condividere qualcosa con i suoi figli, ciò che l’accompagnava ormai da troppi anni: il silenzio.

Da bambini erano molto diversi i due fratelli, Sara occupata a cercare di rallegrare il padre, David alla costante ricerca di sé stesso, arrabbiato e deluso da Luca. Non desiderava altro che allontanarsi da lui, voleva essere diverso, migliore.

Mamma, papà è sempre stato così? La piccola Sara lo ripeteva spesso, tutte le volte che tirava fuori dal comodino la foto del matrimonio.

Maria era una donna diversa dalle sue coetanee: fotografa affermata passava il suo tempo in giro per il mondo con la sua Polaroid, cercava ispirazione nei paesaggi di terre sconosciute e nascoste. Necessita davvero così tanti scatti? Certo! Il mare è in continuo movimento ed ogni istante merita di essere vissuto un po’ più a lungo, non trovi? Le parole che si scambiarono la prima volta.

Eppure tutto era cambiato quando quel virus gliel’aveva portata via. I bambini troppo piccoli per ricordare e Luca troppo avvilito per parlargliene. Di come li aveva separati, di come Maria per quanto avesse lottato non fosse riuscita a farcela, di come le avevano nascosto il sorriso finanche privargliene.

Vuoi che buttiamo i nostri ricordi ora che papà è morto? Rispose Sara urlando prima che cadesse la linea.

Nel lungo cammino che è la vita però le mete, gli obiettivi cambiano e da essere sicuri di conoscere sé stesse le persone finiscono col ricredersi, dimenticandosi la strada percorsa, perdendosi nei luoghi più oscuri della propria anima.

David dopo aver passato la vita a scappare dai suoi demoni aveva finito per trasformarsi in essi, senza rendersene conto. Compiuti 18 anni aveva indossato la divisa, la stessa del padre, per poi salpare sulla prima nave e non scendere più.

Quanto a Sara? Negli anni aveva perso gli occhi che aveva da bambina, la speranza e l’illusione di poter aiutare il padre a ributtarsi nel mondo. Aveva ormai capito che non sarebbe mai riuscita a convincerlo di non essere un ricordo, ma un sopravvissuto. In quel momento ha rischiato anche lei di perdersi. Si è trovata davanti ad un bivio, una scelta: voltare le spalle a tutti pur di non essere più delusa da nessuno oppure imparare ad accettare e perdonare coloro che le avevano fatto del male, per amore.

GIUDITTA GIULIANO

Di quella casa ricordava ogni più piccola ferita. Gli angoli sbeccati del battiscopa, l’esatta disposizione delle macchie di ruggine sulle piastrelle del terrazzo da cui si vedeva il mare. Ricordava lo strappo nella carta da parati dentro camera dei suoi, e di come Daniele ci poggiava l’orecchio dicendo di poter sentire il canto delle sirene, da lì. Quand’erano piccoli lui ripeteva che non sarebbe voluto diventare come loro padre. Ma con gli anni aveva finito per somigliargli sempre di più. Capita sempre così, pensò Sara tra sé, come aveva fatto tante volte. Capita sempre così. E adesso, dall’altra parte dello specchio c’era una donna di quarantacinque anni che la fissava con aria un po’ ingrugnita, chiedendole come fosse successo, negli ultimi quindici anni, di aver avuto una figlia, e un marito, e un lavoro di cui non le importava niente, e la casa dove ora, spettinata e scalza, guardava la sua immagine riflessa continuando a ripetersi che non sarebbe dovuta andare così.

Nella villa in cui viveva da bambina c’era una stanza che sua madre teneva sempre chiusa. Ci aveva ammassato vecchi mobili, giornali, una marea di cose inutili. Confinava con la terrazza. Si sentiva il rumore del mare, da lì. Una volta lei e Daniele riuscirono ad entrarci di nascosto per stringere un giuramento di sangue. Quel giorno si svegliarono alle prime luci dell’alba, poi attraversarono la casa avvolta nel silenzio come due piccoli fuggiaschi. Senza dire una parola raggiunsero la stanza, dove la luce filtrava dalle persiane chiuse tracciando tante linee sottili sul profilo dei mobili.  E nel preciso istante in cui seppero che avrebbero ricordato quella scena per sempre, Daniele si voltò verso di lei: “promettimi” disse, con l’indice macchiato di rosso levato in aria come uno stendardo, “che qualunque cosa accadrà noi due resteremo sempre uniti”. “Te lo prometto” fece lei, premendo il polpastrello contro il suo.  

Prima di quel pomeriggio non aveva sentito Daniele per più di sei anni. Sapeva perché voleva vendere la casa. Non c’era modo di tornare al giorno di quella maledettissima lite per sistemare le cose, come non c’era modo di convincerlo che dire addio ai loro ricordi d’infanzia non era la cosa giusta da fare. Sara si guardò di nuovo allo specchio, osservando la lacrima che scendeva lenta lungo la sua guancia, e dopo essersela bruscamente asciugata con una mano, iniziò a prepararsi per andar via.

LUCIA INTRONA

Quei ricordi avevano improvvisamente invaso la mente di Sara, che aveva posato il telefono.

“Ma come si può restare così impassibili? Insomma, si tratta della casa dove siamo cresciuti, ogni mattone custodisce un ricordo, un pezzo di noi e della nostra famiglia… come si può restare indifferenti?” Si domandava tra sé, non trovando risposta. Si alzò e fece un giro fra le stanze.

Camminando, rovistava fra vecchie foto per contrastare la malinconia, e spesso si imbatteva in polverosi documenti, che gettava via con distrazione. Improvvisamente però qualcosa catturò la sua attenzione; era un fascicolo consumato e conservato in maniera impeccabile. Lo aprì e lesse. Le cadde dalle mani. Alzò lo sguardo. Era confusa. Stupita. Fissò il vuoto. Riabbassò lo sguardo. Rilesse. “Con il presente documento si attesta che Alberto Gagliardi non è figlio di Andrea Gagliardi.” citava il documento. La scoperta la scosse profondamente e si diresse, in una tempesta di lacrime, verso il telefono. “Ti prego rispondi, rispondi!“ pensò tra se agitata e confusa, e poco dopo egli rispose:”Si?”. “Alberto! Alberto! Sono io, Sara. Ho trovato dei documenti e affermano… che tu non sei mio fratello…” disse fra i singhiozzi. “Ah, l’hai scoperto anche tu…” disse Alberto, con fredda tranquillità. “Come scusa? Tu lo sapevi?” urlò in preda all’ira. “L’ho scoperto un anno fa, ed è per questo che ho deciso di lavorare sulla nave, per allontanarmi da tutto e soprattutto da te. Ora che lo sai, non cercarmi, non farti più sentire. Ai tuoi figli racconta che sono morto, e tale sarò anche per te.” “Ma cosa stai dicendo?”, Alberto chiuse la chiamata. Sara posò rapidamente il telefono, e sentì un vuoto al centro del petto: della sua famiglia non era rimasto nulla. I suoi genitori erano entrambi venuti a mancare: sua madre era morta in un incidente stradale, suo padre per un infarto e ora scopriva di non aver neanche più un fratello, anzi in realtà non lo aveva mai avuto. Arrabbiata per la freddezza di Alberto, capì che doveva cavarsela da sola per la questione della casa. Allora si rilassò sulla poltrona, guardò il quadro appeso in soggiorno, lasciò libera la sua fantasia e immaginò che la nave portasse con se tutta la tristezza che provava in quel momento, i brutti pensieri, e che il roseo tramonto colmasse il vuoto che provava nel petto. Si alzò. Improvvisamente si sentiva forte e avvertiva chiaramente la presenza di suo padre dentro di lei. Si trasferì in quella casa con la sua famiglia e, ancora oggi, in quel quadro così significativo, la nave va.

MARIATERESA LATTARULO

Lo stesso che li accompagnava sul viale di ritorno dal cimitero, tra un cipresso e l’altro, tra una morte e l’altra. Anche nel giorno del suo funerale, la differenza sostanziale, quasi materica, che si intrometteva tra lei e il fratello non era riuscita a mitigarsi in ragione di una causa comune, di un dolore condiviso. Anche lì, mentre lei sussurrava il nome del padre, stretta tra due banchi della chiesa, lui le intimava di fare silenzio, col solito quotidiano tono dell’insofferenza.

Quindi ora, sfoderando l’altra solita quotidiana tonalità emotiva, le diceva, imperturbabile, che la casa andava venduta. Come un ordine, una comunicazione di servizio. Come se in quel luogo, lui, non ci aveva mai vissuto.

C’era stato un sogno, mesi addietro, in cui lei si ritrovava nella vecchia casa della nonna con gli altri componenti della famiglia nell’atto rituale di sgomberarla. Ognuno occupava una stanza e, in un silenzio nostalgico, i quadri e i mobili venivano smontati e riposti negli appositi scatoloni, mentre i ricordi prendevano vita e tentavano, mossi da un principio di gravità alternativo, di riattaccare i quadri alle pareti, di riporre i mobili là dove una primitiva forma di processo fotografico ne aveva impresso l’ombra. Asciugavano macchie di umidità non dissimili da fondi di tazze di caffè, ricomponevano le ceneri del decoro floreale in gesso, riattaccavano il braccio del damerino in ceramica, anticamente proteso verso la pomposa consorte, reimpiantavano i molteplici santi nelle rispettive teche e lottavano con le forze del tempo e del cambiamento.

…Cambiare, è così?

Guardando i pescatori sul molo intenti ad intrecciare sapientemente le loro reti, Sara pensava a come lei e suo fratello si fossero trovati involontariamente avvolti da una rete familiare pregressa, della quale, forse, ignoravano i pazienti passaggi della tessitura, la costruzione dei nodi, la calibratura degli spazi. Loro, in quei nodi, ci erano rimasti impigliati.

Mentre il sole veniva inghiottito dalle docili fauci marine, rientrò a casa. Jorge, come sempre, l’attendeva all’ingresso, con un’enfasi che suggeriva un’assenza decisamente più lunga delle tre ore appena trascorse. Fece scivolare il cappotto sul pavimento, guardò all’altezza della sua poltrona in pelle verde, il quadro col mare in tempesta, la nave con lo scafo rosso e accennò un sorriso. Certe cose vanno, certe cose restano.

LUCA LEONE

Marcello, il fratello di Sara, usava il telefono satellitare solo per le emergenze, o per gli eventi estremamente lieti. Una volta l’anno componeva il numero di casa. Suo padre rispondeva sempre dopo tre squilli: aveva il ricevitore a portata di mano, vicino al letto, dove stava in via perenne, ormai. Si scambiavano poche parole, di cui solo una su dieci era comprensibile. Buon compleanno, diceva Marcello. Buon vento, si sentiva rispondere, dall’uomo che più di tutti sapeva quanto la vita dipende dalle correnti d’ acqua, e d’aria. L’anno corrente, al quarto squillo, aveva capito. Non c’era più nessun padre dall’altra parte, nessun compleanno da festeggiare. Per molti giorni aveva ricevuto telefonate da terra, di cui conosceva anticipatamente il contenuto, senza bisogno di rispondere. Il funerale si farà il…- l’avvocato ha detto che…- ce la fai a…?  e difatti, non aveva risposto. Si era preso il tempo necessario per fare i suoi conti: finché avesse evitato il contatto con il mondo al di là del mare, finché avesse tenuto distanti le voci, suo padre era ancora vivo. Per il mare, il vecchio uomo era già morto, il giorno in cui la malattia l’aveva esiliato dai suoi confini.

L’andamento delle onde, aveva sempre creduto Marcello, facilita il lavoro alla memoria. Il moto del mare inizia da un luogo indistinto, sepolto chi sa dove. Porta lentamente alla luce rigonfiamenti senza sostanza, ma trasparenti, riflettenti. Proprio come i ricordi. Nelle settimane che erano seguite ai quattro squilli, la mole infinita del passato era tornata a galla. Le dita di Marcello unite a quelle di Sara che scorrevano sul mappamondo, ovunque fosse colorato di celeste. Sua madre e il suo odio viscerale per l’oceano, per i laghi e per i fiumi, che le davano la nausea anche solo dopo un giorno di vacanza. Le liti, i pianti, gli anni: tutti accomunati da pochi, ma luminosissimi, momenti di gioia: quella per il Suo ritorno. Tutti raccolti in un solito, amatissimo e odiatissimo posto: la vecchia casa.

La vecchia casa va venduta, aveva finalmente pensato Marcello. Perché papà non può più tornarci: se esisteva, era unicamente per attendere il suo ritorno, aveva concluso. Prese il telefono satellitare, e chiamò: doveva dirlo a Sara. Lei, solo lei, sapeva ancora. E solo lei, prima o poi, l’avrebbe capito.

CLAUDIA LIMITONE

Quanti scatoloni avrebbe dovuto preparare per liberare la casa da tutti i gingilli dei suoi genitori, avrebbe potuto venderli con l’immobile, ma lei a quei gingilli ci era affezionata, e dove gli avrebbe posti, il bilocale che condivideva con il fidanzato era troppo piccolo. Sara era perennemente aggrappata ai ricordi, aggrappata al passato, così fortemente che se fosse caduto quel velo di Maya che l’accompagnava ogni giorno, si sarebbe resa conto dell’illusione costante del suo presente. La casa va venduta, le risuonava come un obbligo. Sara non lavorava in mare, ma il suo lavoro, credeva, era tanto importante quanto quello del fratello. Perché doveva occuparsi della vendita della casa da sola? Il padre le era sempre sembrato assente, era lontano da casa dieci mesi su dodici, ma quando tornava restava una gioia averlo fra i piedi anche se per poco tempo. Il fratello aveva scelto lo stesso futuro del padre, per passione o denaro, Sara non lo sapeva. Conosceva così poco questi due uomini, che in alcuni momenti le parevano la medesima persona. Il mare, era colpa del mare, cattura gli uomini così come cattura il sole al tramonto, gli ultimi raggi e all’improvviso il buio. La madre di Sara era morta due anni prima durante la notte, in un letto vuoto, assente, come lo era diventata lei da quando il marito l’aveva lasciata per sempre. Voleva scappare dalla terra, ha sempre scelto il mare a me, ai suoi figli, e ora ci si ritrova per l’eternità. Sara origliava tutto quello che la mamma diceva a sua zia Marianna, la mamma piangeva spesso, piangeva per loro, ma zia Marianna le diceva che andava tutto bene, e Sara le credeva. Il fidanzato di Sara si era proposto di occuparsi della vendita della casa, era ormai disoccupato da qualche mese e aveva più tempo libero della sua ragazza. Sara non vedeva l’ora che quell’uomo seduto sempre davanti ad un portatile in cerca di offerte di lavoro, uscisse ad occuparsi di altro. Forse sua mamma avrebbe avuto bisogno di un marito così, non avrebbe più pianto. Sara, al contrario non era abituata ad una presenza costante, le mancava la sua solitudine, il desiderio di aspettare che qualcuno arrivasse a casa all’improvviso. Dopo sei mesi, il fratello tornò, la casa era stata venduta ad una coppia di sposi, il fidanzato aveva trovato un impiego part-time e lei era rimasta sul molo, con gli occhi fissi come quando era bambina, a prendere il vento. Non era cambiato niente.

LUCIA LONGANO

E pensare che quel padre, vissuto per nascita e per mestiere su quel molo, non sapeva neanche nuotare… adesso quella casa aveva un senso diverso, strano, quasi macabro, senza la permanenza, durata più di sessantacinque anni, di quel padre tanto assente quanto ingombrante nelle loro vite… era piombata violentemente in un silenzio pauroso, senza più il rumore dei passi strisciati di pantofole, il ritmo costante del bastone al suo fianco, la voce altisonante che trapassava i solai e quei colpi di tosse, secchi, autoritari, che sapevano più di tic nervoso che di reale fastidio alla gola, ’la tosse del comando ’, come l’aveva sempre chiamata lei… Aveva ragione suo fratello, la casa andava venduta… e quel pensiero le martellava in testa nei giorni seguenti, tenerla non aveva più significato, come già lo aveva perso quando, più di trent’anni prima, la loro madre era andata via per sempre. Si d’accordo era la casa della loro infanzia, lei addirittura lì ci era nata, ma era la loro madre che aveva dato senso a quelle stanze come alla loro famiglia, con la sua incredibile ed intelligente dedizione, il suo coraggio, la sua presenza tanto amorevole quanto costante e attenta nelle loro vite…poi il loro padre si era risposato, velocemente, la casa aveva perso insieme ai suoi mobili  anche il piacere di tornarci o di fermarsi. Una svolta, ecco cosa ci voleva, una svolta adesso, finalmente, un punto, e girare pagina, una volta per sempre, visto che il destino aveva inanellato ad una ad una, tante caselle fortuite: il suo trasloco imminente in una deliziosa casetta che suo figlio le stava  regalando, quel  ‘ sogno rubato’, come lo chiamava lei, che un altro componente della sua stessa famiglia ora  le stava restituendo. Una storia vecchia, lontana, che risaliva all’indomani della dipartita della madre, una storia che aveva irrimediabilmente modificato il suo legame con quel padre, e che non era mai riuscita a ricucire. Ok, era arrivato il tempo per ridistendere quei lacci e fare pace con alcuni fantasmi del passato, ed era il tempo giusto…Pioveva quella mattina, poi, verso mezzogiorno era uscito un po’ di sole, si preparò un thè alla cannella, e si sedette al computer per scrivere una email a suo fratello: si, hai ragione, la casa va venduta e ti spiego perchè … Invio. Portò la tazza nel soggiorno e guardò quel quadro, il mare non le sembrò più così in tempesta, ma piuttosto mosso da una forte brezza da sud.

LUCA LO VERCIO

Ed era cresciuta così, Sara, con il bisogno di sentire addosso il calore di qualcosa, avvolta come in un abbraccio, che la mancanza di qualcuno è solo illusoria, superabile. Ogni tanto chiude gli occhi e disegna i contorni di una madre ormai sbiadita, persa fra le onde, le stesse onde che l’hanno inghiottita quella lontana sera di maggio. Suo padre li aveva avvisati, non sarà una notte facile, e su quella barca rossa sembrava che solo lei avesse paura della voce del vento. E poi il silenzio. Interrotto dal pianto di Andrea, che di quella notte ricorda solo uno schiaffo in pieno volto, i colori si usano sul foglio, non sulle assi di legno. Aveva solo quattro anni, troppo piccolo per ricordare ma già grande per assorbire e filtrare, come una spugna che lascia andare via l’acqua ma rimane bagnata. Spesso chiede a Sara di parlargli della madre, e lei si ritrova libera di raccontare andando fuori dai margini, colorando le sue storie. Copritevi, ragazzi, mettetevi la sciarpa. Andiamo sul molo a prendere il vento. Non il sole, il vento. Sara ha sempre detestato il molo. Ci andava solo perché Andrea si divertiva a tirare i sassi. Suo padre invece si allontanava, assorto in un limbo, come quando si oltrepassa un ponte fatto di ciottoli di ricordi, e di tempo, e di se, e di semmai, un ponte fra ciò che era e ciò che non sarà. Era maggio anche quando Andrea disse a suo padre che aveva deciso di partire, di avere come casa il mare. Lui sembrò non ascoltarlo, gli strinse la mano, tua madre ne sarebbe andata fiera. Andrea ci credette. Sara rimase con suo padre per altri sei anni. Andrea, papà è scomparso. Andrea dimmi che hai capito. Papà è scomparso. Era in mare, la comunicazione come al solito non andava. Andrea si ritrovò improvvisamente troppo grande per non ricordare, ma ancora piccolo per riuscire ad assorbire e filtrare. La perdita di una famiglia è la perdita di se stessi, della propria identità, è un po’ come tornare bambini a gattonare, con mani e ginocchia a scoprire il mondo perché solo i piedi non bastano più. È avere mal di mare senza averne mai sofferto. È avere un dolore e non sapere da dove arriva. E allora perché vendere casa senza provare a ricostruire un ricordo. Perché non ricominciare e avvolgersi braccia contro braccia e andare sul molo a sentire il sole. Andrea io casa non la vendo. Sono qui, ti aspetto. Scopriti, Andrea, togliti la sciarpa. Andiamo sul molo a prendere il sole. Non il vento, il sole

ELEONORA MAGNANI

Come sempre si era persa nel mare dei pensieri, non era mai stata un timoniere dotato, nè in mare nè nella vita.

Lui sì, invece, lui sì che lo era: il migliore nostromo dell’equipaggio. Aveva ricevuto tutte carte giuste dalla vita suo fratello, e aveva lanciato il mazzo in aria, se l’era vendute tutte, barattate per una vita d’incertezze, instabile come una barca preda dell’umore del mare.

E ora lei doveva vendere la casa, quella dei loro genitori, bella, a due piani, giardino all’inglese, staccionata bianca. L’avevano lasciata a lui, al momento della morte del padre e della madre lei si era già trovata un’altra abitazione, pagata con il suo stipendio e di gran lunga più modesta, dentro l’uomo che nei suoi stupidi trent’anni aveva pensato di amare.

E ora la casa andava venduta, da lei, lui era in mare.

Ci si recò il giorno dopo la chiamata.

Aprì la pesante porta d’ingresso, piroettò nel grande atrio vuoto e corse su per le scale. Entrò nella camera di lei e suo fratello, i loro fantasmi giocavano ancora sul tappeto di cotone rosso tra i due letti. Andò nella camera dei genitori, su made era ancora supina sul lato destro del letto, di domenica mattina, suo padre raggomitolato dall’altra parte. Scese di nuovo le scale, andò in cucina e poi passò in sala da pranzo, il tavolo da dodici in legno massello, nell’angolo in alto a destra il graffio che lei aveva fatto con le chiavi di casa quella volta che un amore l’aveva lasciata ed aveva sentito il bisogno di distruggere qualcosa, sua madre s’era infuriata, suo padre aveva fatto un lungo sospiro, suo fratello aveva semplicemente riso. Il salotto in cui era appeso il quadro della barca, forse era stato quello ad impiantare nella zucca scioccamente brillante di suo fratello l’idea malsana di concedere la prorpia vita all’acqua; lo tolse dalla parete.

Come una furia corse nei bagni, la lavanderia e passò di nuovo in cucina, aprì tutti i rubinetti. Lasciò che l’acqua cadesse sul pavimento di frassino, che scollasse i listelli uno ad uno, come un’onda sotterranea portata dall’alta marea, furiosa dal centro della terra. La vecchia carta da parati, fiaccata com’era da tutti gli anni di urla e sospiri, si lasciò andare subito, affogata dall’acqua. Sara serrò tutte le porte dell’abitazione ed osservò placida il torrente mentre portava via i quadri, la polvere ed in ultimo, lei.

MARCO MANDRILLO

Vento che rovesciava navi e vascelli, vento che spingeva la vela delle maestose imbarcazioni dai grandi alberi, vento che si spezzava sulla prua e fischiava sui fianchi di ogni barca, vento che nelle giornate insopportabilmente calde, costituiva l’unica speranza per arrivare vivi al tramonto. Lo stesso vento che in quella gelida notte, premeva sulle vecchie finestre della casa, facendole vibrare come le corde di un violino nel momento più  alto di un concerto.    
Sara, in preda a mille pensieri  osservava immobile il suo riflesso  sulla porta a vetri della  camera dei genitori ormai scomparsi, ricordando quante volte da piccola, in notti di tempesta come quella,  si era intrufolata   nel grande   letto   occupato quasi sempre  solo dalla  madre.

Il padre trascorreva  mesi, anni, lontano da casa, a lavoro su grosse navi mercantili che solcavano il mare da est a ovest.

Matteo non tornava a casa  da cinque mesi, dal funerale del padre.  Per lui quel posto non aveva alcun valore se non quello economico. La casa va venduta, io a terra non torno. Quelle parole le rimbombavano ancora nella testa.

Si addormentò, sdraiata sul divano circondato dai pacchi che erano accatastati per tutta la casa. La libreria e gli scaffali erano completamente vuoti, invecchiati da polvere e umidità. Un tempo erano colorati dalle copertine dei libri e dalla collezione di modellini di Matteo, ormai reggevano solo loro stessi. La grande sala e le altre camere erano vuote. Spente. Solo in cucina, su un ripiano, erano poggiate una tovaglia a quadretti rossi, una teiera verde e un barattolo dal tappo blu contenente pochi chicchi di caffè. Fogli e vecchie carte facevano da tappeto a tutta l’abitazione e svolazzavano mossi dalla corrente che si creava quando si apriva una porta o una finestra.

Sara fu svegliata nel cuore della notte da un rumore causato dall’improvviso spalancarsi di una finestra. I fogli iniziarono a volteggiare vorticosamente nella sala. Non riuscì più a prendere sonno.

Alle prime luci dell’alba trovò accanto a sé quella che sembrava una pagina di diario. Capì subito che doveva essere una delle poesie che il padre scriveva quando era in viaggio e che lei non aveva mai avuto il coraggio di vedere da sola. Indossò gli occhiali e iniziò a leggere. “1998 sul mare ancora la tempest-”. Non fece in tempo a finire il titolo che il silenzio fu interrotto dall’improvviso suono  del telefono. Non poteva crederci. Era Matteo

DOLORES MANGIOLINI

Lo Stretto che aveva incantato Omero e che scrisse di Scilla e Cariddi sembrava animarsi agli occhi di Sara, come se ad ogni suo passo sul pontile tutto intorno a lei si muovesse guardandola e seguendola nei respiri. Tornava a casa dopo dieci lunghi anni, si sentiva come Ulisse. Si strinse nella giacca coprendo quanto più poteva quel suo piccolo corpo esposto all’agonia di un ricordo, e mentre tentava di strapparsi via da quel limbo sentì un calore sul viso, una lacrima colma di parole della sua mamma “Sara non devi avere paura dei mostri, Scilla e Cariddi erano ninfe bellissime. La vita, il mondo, la cattiveria dell’altro le ha rese così spaventose”.

Il grande cancello come una gabbia teneva distante il tempo da quell’animale dormiente fatto di tende grandi come le vele di una nave. Entrò avvolta dal profumo dei limoni che circondavano il giardino, la tavoletta di legno con scritto “La casa del vento” dondolava appesa ad un ramo. La casa si risvegliò muovendo i suoi muscoli con scricchioli di armadi antichi ed il vento camminò con lei in silenzio. Risentì la voce della mamma, le porte sbattersi con l’addio di Enea, il fratello che da promettente avvocato decise di seguire il mare, quello stesso mare che aveva diviso la loro vita dal padre e distrutto ogni fune che legava in quel porto la sua famiglia. Doveva venderla, così voleva Enea, ma Sara di fronte al quadro grande del soggiorno decise di non finire come Scilla e Cariddi, lei doveva mantenere quel porto al sicuro perché un giorno Enea sarebbe tornato.

Così prese il contratto di vendita e dietro scrisse una lettera al fratello

“Enea, papà non è più sceso dalla nave perché mamma era morta prima di lui. Senza di lui. Questo lo ha distrutto e non voleva che tu andassi lontano. La casa non si vende, perché è la nostra nave rossa che sfida la tempesta. Io da sola sono una scialuppa in balia delle onde. Torna Enea”

Andò al molo e vide seduto sulla banchina un giovane con capelli scuri e mani grandi, Sara si sedette al suo fianco e alzò la testa verso il cielo mostrando al vento il suo volto più forte.

“Mi dispiace Sara di aver mentito, non avevo la forza di entrare in quella casa. La mia casa è il mare ormai. Ora è tutto finito”

“Enea quando tornerai qui, nella nostra casa, dovrai portarmi a prendere il vento come faceva nostro padre”

Enea strinse negli occhi la vita e capì il dolore del padre.

Desiderò che il vento soffiasse via ogni suo rimorso.

GRAZIANA MARCHIONNA

“Il vento è vita” quelle parole risuonavano nella sua mente come un dolce eco. Strinse a sé uno dei diari di bordo del padre, amava leggerli, potevano evocarlo lì con lei in un dolce abbraccio.

Sara si aggrappava a quel posto, nonostante il cinismo che l’allontanava dal fratello, un luogo che aveva donato loro un’infanzia spensierata. Non accettava che il suo compagno di avventure potesse dimenticare quei loro momenti felici e spingerla in una decisione così drastica.

Il ricordo delle preziose giornate passate in famiglia con i piedi nudi a penzoloni dal molo che sfioravano la superfice delle onde, con la salsedine imprigionata dalla brezza fra i capelli, lì, proprio come adesso, avvolta in quell’utopica pace.

Il presente era diverso: da mesi le sue energie erano dedicate alle cure della madre, un tempo una donna figlia del sole, ora eclissata dal crudele e silenzioso male moderno, che venendo a galla rende ogni sforzo vano.

I suoi amici avevano iniziato ad allontanarsi da lei stanchi delle sue continue assenze. Rinunciare ad una normale vita sociale non lo vedeva come un gran sacrificio, le bastava puntare lo sguardo all’orizzonte per viaggiare con la fantasia. Tutti quei viaggi li aveva raccolti in una collana di storie per bambini “I racconti del mare”.

Come se avvisata da una qualche presenza, voltandosi verso la strada alle sue spalle, vide il postino. Ancora scalza, con il diario e i sandali in mano, gli corse incontro ponendogli la solita domanda, uguale a quella di tutti i giorni: “È arrivato?” Questa volta le sorrise porgendole un piccolo pacchetto. Sara non riuscì a trattenere un gridolino di gioia, lo ringraziò e tornò subito a casa per condividere quella sua felicità. “Mamma è arrivata finalmente!” Ancora ansimante le passò la prima copia. Tremanti sfogliarono quelle pagine che raccoglievano tutto il loro mondo.

“Hai parlato con tuo fratello? È d’accordo con me vero?” Al suono di quelle parole, la bolla di felicità della giovane sognatrice andò in frantumi. Sara non proferì parola. Le magre dita della madre le sollevarono il volto con una carezza “Tesoro è il nostro destino, questo posto vivrà per sempre nei tuoi racconti, non devi affrontare tutto da sola. Vendendo la casa avrai abbastanza denaro per una nuova vita e potrai dedicarti a pieno ai tuoi sogni… concedimi questo desiderio” Sara alzò lo sguardo sulla nave del grande quadro e sospirò.

MARIA PIA MARTELLI

E fu sul molo che un bel giorno trovarono Paco, il cane bianco e nero che fu compagno di giochi della loro infanzia. Fino ai suoi 13anni e ai 16 del fratello, finché Paco non vedeva più e poi fece la fine che fanno tutti, dando loro il più grande dolore, almeno pari alle gioie che vivere con lui gli aveva procurato, comunque. E com’era bello tornare a casa con Paco: non aveva bisogno di guinzaglio, sapeva la strada a memoria, li precedeva come un piccolo araldo; la madre li chiamava, il pranzo era pronto e Paco già si precipitava alla sua ciotola, mangiando in fretta e furia e poi già pronto per la prossima scorribanda. Per non parlare di quando tornava il padre da ogni imbarco: Paco lo sentiva già mezz’ora prima, gli era legatissimo da quando lo aveva visto. Sì era stato lui, il padre, ad averlo notato per primo, batuffolo di pelo scosso dal vento, ad averlo preso con loro dicendo ai figli: “Non è un giocattolo, attenti! Sarà il vostro compagno di giochi, sarà come un terzo fratello, trattatelo con lo stesso riguardo che riservate a voi stessi. Di sicuro con lui saremo felici”. Parole profetiche, infatti così fu. E adesso, dopo i genitori, andati a vivere per conto loro, a rifarsi una vita, dopo Paco, doveva lasciare anche la casa…no, non poteva pensarci. Doveva esserci una soluzione. Troppo facile per suo fratello dire che era in nave. Bella forza, era il suo mestiere. D’accordo, la maggior parte del suo tempo la passava lì, in navigazione, ma possibile che non sentisse il richiamo della terraferma? E’ un’attrazione che tutti i naviganti provano. In fondo si naviga per sbarcare, no? E dove sarebbe andato una volta che non ci sarebbe stata più la casa? E poi, non pensava a lei? Lei ci teneva alla sua, alla loro casa. No, si sarebbe opposta con tutte le sue forze: ci doveva essere una soluzione. Finché lei avrebbe avuto forza la casa non si vendeva, questo era sicuro. A costo di sfinirsi di lavoro…cosa avrebbe potuto fare? Era disoccupata ormai da anni, lo sapeva bene, viveva di espedienti e non era possibile costruire castelli in aria, ma qualcosa si sarebbe inventato.

MARTINA MELE

Perché sul molo c’era sempre vento, mai sole. Innumerevoli volte avevano calpestato il legno del pontile mano nella mano, lui alla destra del padre, lei a sinistra, e altrettante volte i capelli le erano finiti sugli occhi, sulla bocca, facendola imbronciare e costringendola con la piccola mano a liberarsi da quella rete. Ecco perché diceva sempre di non voler lavorare su una nave. “Non voglio essere sempre spettinata” era la sua motivazione infantile. Suo fratello i capelli li portava corti. Forse era per questo che lui ora lavorava su una nave mentre lei no. Forse se avesse portato anche lei i capelli corti adesso sarebbe su una nave assieme al fratello, invece di essere rinchiusa in quella casa che presto non sarebbe stata niente se non un’ottima offerta per una coppia in attesa del loro primo amore, o per due anziani che desideravano morire cullati dalle onde. I ricordi creati nel tempo, i giochi condivisi con Giulio, le gioie, tutto era sempre stato legato a quei muri, ingialliti dalla nicotina. Papà Claudio fumava sempre dentro casa. Non era pigro, ma i suoi genitori quando lui era piccolo fumavano in casa, era un’abitudine di cui non aveva colpa. Mamma Guenda lo rimproverava sempre perché così i muri si ingiallivano e nessuno si sarebbe mai preso la briga di ridipingere tutte le pareti. Sara salì le scale di legno che producevano un rumore stridulo, come di una corda di violino accordata male. Inciampò sull’ultimo gradino, come accadeva quand’era piccola. Era caduta così tante volte che si stupiva di come non fosse rimasta nemmeno una cicatrice, un ricordo sul suo corpo delle ginocchia perennemente sbucciate. Entrò nella sua camera: le pareti erano di un rosa sbiadito dal tempo, non dalla nicotina. Fissò a lungo l’arredamento: il suo letto, l’unica mensola sopra la scrivania, il grande armadio da cui usciva ogni notte un mostro diverso, la toeletta regalatele quando divenne più grande, la casa delle bambole, tutto di un rosa acceso e brioso. Tutta la sua camera sembrava una casa delle bambole. Si accasciò sul letto, il braccio sinistro sotto il cuscino e la testa rivolta verso la finestra. Da piccola la visione del mare notturno la intimoriva, le onde alte erano spaventose, angoscianti, temeva sempre che arrivasse uno tsunami. Ma adesso, da adulta, le onde frenetiche non le dispiacevano, anzi, era quasi rilassante vederle infrangersi sugli scogli. Sul molo c’era vento.

MILENA MEZZINA

Come se tutto questo avesse un senso.
Ti aggrappi al telefono che tieni ancora attaccato all’orecchio come se potesse essere la tua ancora, come se in qualche modo potesse farti capire che a tuo fratello importa tanto quanto importa a te.
Sorridi, amara.


Una domanda sciocca.
Tuo fratello ha sempre amato seguire le orme di vostro padre, altrimenti non sarebbe in mare. Non sarebbe diventato a sua immagine e somiglianza.
E invece a te cosa è rimasto? Piccola Sara, cosa ti spinge a non voler abbandonare quelle quattro mura così fredde e senza vita? Da quando lui è andato via il vento tu lo hai ascoltato, certo, ma è diventato un vento cattivo e micidiale, e tu lo hai preso tutto.
E’ così assurdo, il calore del sole ti è sempre stato indifferente in questi anni, ma da quando babbo non c’è più ti manca quella sensazione, quella sciarpa che ti stringeva attorno al collo per farti stare bene.
Quella sensazione,  calore, erano le sue mani e tu non lo sapevi.
Ghiacciavi comunque, lì su quel molo. Ma quella era felicità.

E non ci hai pensato più, davvero, quando hai deciso di andare avanti con la tua vita non ci hai pensato più, eri anche convinta che tuo fratello non ti sarebbe mancato. Perché sei una donna forte, come quelle della tua famiglia, e non sapevi nemmeno di star mentendo a te stessa.

Perché adesso che sei sola davvero tra quelle fredde, freddissime mura, l’unica cosa che vorresti è il calore del sole che non hai mai sopportato, soffocante a tratti, ma che adesso sarebbe in grado di spazzare via quel vento micidiale che ti sta trascinando giù, in quel mare che tanto ami e che tanto odi allo stesso tempo.
La casa va venduta.

E’ come un mantra che si ripete nella tua testa.

Lo farai? Devi.

Ovvio.

Perché sei forte, ti ripeti che sei forte come tutte quelle della tua famiglia. 
Se tuo fratello negli anni ha imparato esattamente come lui a solcare le onde e a non temere quel vento freddo, tu sei diventata quello stesso mare, quel mare irrequieto sempre pronto a sorprenderti per strapparti via con quel vento freddo che provoca il caos.

Ma questa volta tutto è cambiato.

Chiuderai quella porta definitivamente ma non sarai sola, il ricordo di tuo padre ti stringe la sciarpa al collo ancora una volta, ti trasmette l’unico calore di cui hai bisogno.

Quel mare calmo e fermo, quella quiete rassicurante incorniciata da un vento piacevole.

Questo diventerai, con questo pensiero venderai la casa e diventerai un oceano.

Lui.

ROSANNA MINERVINI

Quel vento che solo coloro che parlano col mare possono sentire. Sentirono per l’ultima volta quella frase nell’ottobre del ’72, prima che il padre partisse per un viaggio. Qualche sera dopo la sua partenza si udì alla radio la notizia della scomparsa di una nave, quella del padre. Il luogo della scomparsa era il triangolo delle Bermuda. I gemelli furono scossi dalla notizia, tanto che paura e curiosità presero il sopravvento.  Jacob si interessò ai fenomeni paranormali e allo studio della terra, in particolare quel che riguardava il luogo della scomparsa.  In Sara quell’avvenimento causò un trauma. Dopo il liceo i due hanno preso strade diverse e dopo la morte della madre, la casa venne affidata ai gemelli. Jacob per poter finanziare le sue ricerche mise in vendita la casa. Il mattino seguente a quella discussione ricevette un’altra chiamata da parte della sorella, in cui gli raccontava che durante la notte allo specchio le sono apparse delle coordinate. Gliele avrebbe dette soltanto se ne avessero parlato di persona. Incuriosito dalla faccenda accetta e le riferisce la sua posizione. All’arrivo della sorella le coordinate vennero svelate e risultavano trovarsi proprio nel triangolo. Preparano l’occorrente e ripartono in spedizione. La squadra fa a turni e il ricercatore terminato il suo, va a dormire. Però viene svegliato da un frastuono, che sembrerebbe la sirena di una nave. Uscito sul pontile lo informano che sono arrivati alle coordinate e che hanno avvistato questa nave. Lui riconosce lo scafo rosso: la famosa Princess. Preso dall’euforia decise di salire sulla nave col suo equipaggio. Si divisero e Jacob rimase con Sara e nelle cabine che esplorarono trovarono cadaveri e diari con informazioni sempre diverse. Alcuni diari raccontavano atti di cannibalismo e lotte per la sopravvivenza tra i coinquilini della cabina. Questi atti avvenivano una volta superata la coordinata attuale. Spaventati scappano dalla cabina in cerca dei compagni, senza riuscirci. Vagando per le stanze trovano un cadavere poggiato su un diario, sul quale è inciso il nome del padre.  Nel diario spiega che a un certo punto è rimasto solo con i coinquilini e non riuscivano ad uscire dal proprio corridoio, le stanze erano vuote e cambiavano. Nell’ultima pagina dedica un ultimo saluto ai suoi figli e sperava che non l’avrebbero mai cercato. I due realizzarono che non sarebbero più usciti di lì.

DANIELA NISI

Lanciò il cellulare sul cruscotto, che si andò ad incastrare tra il vetro e la bocchetta dell’aria. Provava più fastidio che rabbia: ancora una volta era scappato dalle responsabilità, piuttosto che stare nelle scelte da condividere, lasciando a lei il dovere di decidere… tipico suo. Stizzita, ingranò la prima, sgommò nel traffico indolente, maledicendo ogni pedone fuori dalle strisce, le auto in seconda fila ed i semafori (manco a dirlo) eternamente rossi. Tornò calma in autostrada: sei ore di macchina, musica a palla, sigarette forever, pensieri non richiesti che si affacciavano, poi risucchiati via dal finestrino sempre aperto.

Arrivò in paese in serata. L’aria salmastra scivolò nei polmoni ad allargarle il respiro, come non succedeva da troppo tempo. Domani incontro il compratore… ma non entrò nella casa, chiusa dopo la morte della madre. Raggiunse lentamente il molo, bavero alzato, seguendo il tintinnio delle sartie contro gli alberi maestri. Sul pontile n° 9, il più esterno di tutti, si sedette con le gambe penzoloni. L’aria era pungente, come da bambina nei giorni di Natale, quando fissava il viso del padre e gli stringeva la mano, per non farlo andare più via. Lui per tutta risposta ripeteva loro: Andiamo sul molo a prendere il vento, non il sole, il vento… A lei non importava quella frase, non la capiva.

Rimase fino all’alba e quando il molo riprese vita, tornò sui suoi passi, verso casa. Aprì a fatica la porta ed un’aria malata di chiuso e di ricordi le impedì nuovamente il respiro. Si guardò intorno e mille foto scorsero davanti ai suoi occhi: madre triste e poco loquace (quando non nervosa e sproloquiante); dispetti del fratello; rumori in cucina; valigie del padre dietro la porta, la sera prima delle sue partenze; albero di Natale sistemato con cura; viso di papà anno dopo anno, stanco e sorridente e gli occhi di lei che brillano più della Stella Cometa. Poi le altre foto: gente al funerale; Cosimo che s’imbarca senza più tornare e…

Alzò gli occhi e vide Lo scafo rosso nella tempesta. Lo staccò dal muro, ricordò quella voce che aveva detto: “Tuo padre voleva spedirvelo, ma…” Dietro il quadro, la dedica “Alla mia regina e ai miei monelli. Marcinelle, 4 Agosto 1956”.

Il vento… lì sotto non c’era; Il vento, che Cosimo voleva respirare per tutti i giorni della sua vita; il vento, che abbandonò sua madre; quel vento, che l’aveva presa sul molo n°9, ricordandole la vita.

LORENZO NUCCI

Lo rincorrevano a braccia tese. Ma non lo prendevano mai. È impossibile, dicevano sfiniti al papà. E lui sorrideva, alzando lo sguardo all’orizzonte. Sorrideva solo a loro. E al vento. Per anni erano andati sul molo. Poi i bambini erano diventati ragazzi, e poi adulti. Ma il papà continuava a sorridere al vento, da solo, in bilico tra l’assito del molo e il mare. Aveva smesso di viaggiare, era in pensione. Aveva abbandonato le navi, quelle vere, quelle grandi. S’era messo a costruirle con la carta. Ne regalava una ai figli ogni volta che lo trovavano. Basta papà, ho una flotta in camera, scherzava Sara. E lui le sorrideva. Stanco, ma le sorrideva. Sara non mentiva: conservava tutte le navi di carta. Ordinate come piccoli relitti appiattiti dentro una scatola. Io le butto, le aveva confidato il fratello. Il padre lo sapeva, ma non se ne rammaricava. Lui, quegli scafi ricavati dalle gazzette o dai volantini, continuava a regalarglieli. Siamo navi, aveva detto una volta a Sara. Siamo tante piccole navi che solcano i segreti della vita. E le aveva sorriso, come sempre. Poi un giorno le aveva ripetuto, vado a prendere il vento. Va bene, papà, ma portati la sciarpa. Sara aveva perso la voglia di inseguire l’impossibile, ma non quella di curarsi del padre, ormai vecchio. Non era più tornato. Lo avevano cercato sul molo, ma non c’era. Soffiava il solito vento, quello impossibile da acchiappare e lì Sara aveva capito che quella volta era stato lui a prendere suo padre. A casa avevano trovato una barchetta di carta sul divano, sotto il quadro della nave dallo scafo rosso. Il mare in tempesta. L’improvviso vuoto, i perché senza risposta. Papà ci ha abbandonati, lamentava da quel giorno il fratello. No, è solo partito per un altro viaggio, affermava invece Sara. E tornerà un giorno, ne era certa. Ecco perché la casa non andava venduta. Il fratello avrebbe capito, una volta tornato a terra. Siamo navi che solcano i segreti della vita, ricordava Sara pensado al papà. E la casa era il suo porto, pronto ad attenderlo al ritorno dal viaggio, dal segreto della scomparsa. Sara aveva con sé la barchetta trovata sul divano e la sciarpa. Era andata sul molo dopo la telefonata con il fratello. Posò la barchetta sul pelo dell’acqua, la vide allontanarsi. Era la nave di suo padre. Ad occhi chiusi, sorrise per lasciarsi prendere dal vento.

LUIGI PALMA

Sara viveva sola. Forse anche per questo preferiva abitare nei ricordi. Eppure sarebbe bastato spostare l’accento del suo nome, Sara, posporlo appena, per proiettarla in un nebuloso e incerto tempo futuro. Belli o brutti che fossero i suoi ricordi perlomeno le davano un senso di tepore, di protezione. L’ignoto la spaventava tanto da frenare ad ogni incrocio, anche quando le spettava la precedenza. Non aveva più sogni nel cassetto ormai già da un sacco di tempo perché capitò che una sera, proprio mentre lo apriva, due o tre ladri entrarono in casa creando grande scompiglio. Oltre che i suoi sogni, in quel momento esposti, portarono via con la forza tutti i risparmi di famiglia, i gioielli e anche la vita del padre a cui era tanto legata. Non ebbe più voglia di crearne altri. Cominciò a guardare continuamente al passato e a furia di farlo anche a soffrire di torcicollo ed emicranie. Ma non poteva proprio farne a meno: Sara aveva bisogno di garanzie. E che garanzie può darti il futuro? Che garanzie può darti il mare? Il mare, come la vita, non è solo poesia ma anche tempesta, tormenta. Ciò che più la meravigliava del mare era la sabbia. Ogni granello, se lasciato parlare, avrebbe raccontato la sua storia, magari anche con un pizzico di commozione. Sara amava il suo nome, se pronunciato enfatizzando l’accento tanto da portarlo alla geminazione dell’acca. Mi chiamo Sahara. Sì, come il deserto, il più grande deserto della Terra. Sahara, un nome che evoca sospensione. Anche i ricordi sono sospensioni. In quel mare fatto di granelli dorati, sospeso e fuori dal tempo, avrebbe ben volentieri mollato i suoi ormeggi e navigato a bordo del suo scafo rosso.

Che garanzie può darti il mare? Domandò al fratello il giorno in cui decise di entrare in Marina, seguendo le orme del padre. Lui sorrise, la baciò e si voltò di spalle. Aveva preferito affrontare le tempeste in alto mare che quelle sulla terraferma. Lei, rimasta, continuò a sostenere che fosse il fratello il più audace tra i due. Ora che anche la mamma li aveva lasciati il suo mare sembrava più agitato e minaccioso del solito. Quella sera Sara andò a teatro. Era il suo deserto, in cui non era più sola. Come lei altre barche agitate al suo fianco sbattevano i remi simulando i movimenti per rimanere a galla in caso di tempesta sulla terraferma. Era quello lo spazio in cui si era soliti esercitarsi, sentendosi tuttavia protetti, al sicuro. Come in un ricordo.

ANTONIO PASTORE

Nulla potevano le proteste della madre. Il più delle volte finiva per essere presa in braccio dal marito e trascinata tra strilli e fragorose risate. Osservavano tutti con tacito rispetto il mare, le onde mosse dalla corrente che, uno ad uno, li accarezzava. La brezza giurava, giurava solennemente che tutto sarebbe andato per il meglio, che niente avrebbe mai potuto intaccare ed infettare la perfezione del loro focolare, le cui fiamme sarebbero state alimentate da leggeri soffi: nulla avrebbe potuto attenuarle. Era una bugia. Il custode si rivelò carnefice. Forse ormai troppo invidioso di una perfezione a cui risultava impossibile la sua partecipazione, Zefiro decise di deviare il disco, Zefiro decise di riprendersi ogni cosa e anche di più. Le mura d’aria che proteggevano il fuoco crollarono soffocandolo, le lingue d’aria si fecero corde e tirarono a poli opposti i due fratelli. E il vento. Il vento li ha portati via. E con loro, tutto il resto.
Scossa dall’ennesima prova dell’indifferenza di suo fratello, decise di camminare. Camminare aiuta, di solito, a liberare la mente, o almeno così si dice. Non aveva comunque mai funzionato per lei, ogni cosa che le si parava davanti finiva per innescare una reazione a catena che portava all’inevitabile affollamento della sua psiche, ci aveva fatto l’abitudine. Questa volta non fu così però, complice il singolare silenzio che pervadeva il lungomare, misto alla spettrale atmosfera del crepuscolo. La nebbia lasciò i meandri della sua mente per farsi casa nel mondo reale. Si appoggiò ad un muretto prossimo alla rovina e lasciò vagare il suo sguardo, che prese a tuffarsi e a nuotare con la gioia di un bambino rassicurato dal soffice tocco del seno materno. Guardò all’orizzonte e immaginò suo padre, ora Titano degli Oceani, innalzarsi con le maree, come se i suoi resti inceneriti non riposassero in un cassetto. Poi si voltò e pensò a sua madre, lasciata a marcire su di un anonimo letto, in un anonimo ospedale, mentre della sua mente non rimaneva che un fantoccio. Se le onde sono in grado di erodere le più resistenti delle rocce, pensò, sarebbe legittimo concludere lo stesso per la mente di una donna, soggetta al potere distruttivo del tempo. Divinità cadute di un mondo in rovina. Cosa si è perso prima tra la spuma di mare? È stata la caduta dell’idolo a condannare le epoche? O la corruzione dell’animo ha diffuso una linfa malata nella foresta?

MARTA POLIDORO

Non ce n’era vento. Lei la casa dei suoi sogni l’aveva immaginata, centinaia di volte, e il vento non c’era. In una città affollatissima, dove le persone camminavano appiccicate, dove bisognava strusciarsi per passarsi accanto, dove il contatto, l’abbraccio involontario era un fatto di sopravvivenza. Una città dove gli angoli delle labbra delle persone ti dicono le persone chi sono.

Gli angoli delle labbra non mentono mai.

Come quello che rimane dell’infanzia, quei ricordi che non sono ricordi, che sono scie di un passato che non è mai passato davvero; tutto questo non mente mai.

«Un giorno io e papà ci prenderemo una casa più piccola e questa la lasceremo a te». Ma lei là non ci voleva vivere. Piuttosto era meglio fuggire. Ed era fuggita. Ma ora che quella casa stava lì ed era solo un peso, un sacco di soldi da trascinarsi appresso, ora, eccolo, lei lo sentiva, aggrappato con le unghie alle sue spalle, quel passato che ritornava, perché passato non era stato mai.

Era lei quell’unica figlia unica su cui ricade tutto quello che resta, tutto il dolore della morte di una madre, tutto il vuoto di una casa vuota, ma piena di infanzia.

Non si aspettava niente dal futuro ed era proprio questo il vero problema. Ma d’altra parte, cosa poteva farci. Se il domani ha una battuta d’arresto inaspettata, che brucia anche la luce accecante del presente che desideri, allora che cosa resta se non il tuo passato. L’aveva evitato, l’aveva ignorato, si era convinta di essere più forte lei.

E poi l’aveva visto, in controluce oltre il vetro della porta della sua camera in quella vecchia casa dove era stata bambina, l’aveva visto salutarla. «Bentornata», l’aveva sentito chiaramente. E per educazione il saluto non si nega a nessuno, così dicevano mamma e papà.

Lei quella casa poteva pure venderla, poteva pure dimenticarla, ma quello che era stata ieri no, quello mai.

Tempesta.

Un cordone ombelicale invisibile eppure d’acciaio, di ferro battuto, bollente , gelato e tagliente. L’uomo nero non fa sconti a nessuno.

Dov’era quella città dove le persone si sorridevano e si urlavano contro e si mostravano i denti a vicenda, come cani rabbiosi? Dov’erano finiti i suoi sogni di solo un anno fa?

«Oggi è la solitudine che ci rende vivi», pensava. «Eccomi resto io che mi avvolgo da sola. Da quanto tempo non succedeva. Oggi sono sola più di quanto avrei mai immaginato. Ho creduto di fuggire, ma eccomi qua.

Sono tornata, mamma». 

FEDERICA ROPPO

Appoggiò la cornetta, lasciando che restasse aperta. Il suo periodico tubare scandiva le memorie.

L’odore di buccia d’arancia pervadeva la cucina nei mattini d’estate.

La sensazione rugosa del pacchetto di sigarette sgangherato che lei e Gianni usavano per riporre le carte da gioco.

-Perché stai al buio?-

-Perché mi piace. – Aveva risposto di getto. La madre, con un tenero sorriso triste, premeva l’interruttore e chiudeva la porta. Il tutto con estremo silenzio, quasi compassione. Non era ciò che desiderava, eppure si era sempre ostinata a lasciare che le si accendesse la luce.

Lasciò la cornetta fuori posto. Non aveva il coraggio di chiuderla, quell’unico filo conduttore tra sé e quello che era stata. Ma quindi non era…?

Sorrise amaramente. La comunicazione era disturbata ma non era colpa del vecchio telefono. Da quando lui aveva preso il largo e lei era rimasta a terra, lei e suo fratello avevano smesso di comprendersi. Non aveva mai accettato la passività della sua scelta.

Nella stanza dei suoi genitori troneggiava un enorme specchio in stile vittoriano. Da piccola ne aveva sempre avuto timore: allungava di un po’ la figura e la imbarazzava vedere i suoi arti così fuori proporzione. Le pareva esplicitasse quella sua diversità interiore, così ingombrante. Quando vi passò davanti le gambe si bloccarono a metà movimento. Il suo riflesso era assente. Sentì il volto avvampare, gli occhi erano immobili su quell’immagine macabra. Dov’era finita? Come poteva uno specchio non restituire l’immagine recepita? Che fosse diventata il fantasma di se stessa? Una sensazione di nausea le risalì dalle viscere sino a percepirne il sapore acre in bocca.

Cosa stava succedendo? Eppure, in fondo, le era così chiaro …

Camminò lenta, come in trance. La cornetta era ancora aperta, rincorreva il proprio segnale. Con mano tremante la rimise nella sua base.

Chiuse a chiave la porta. Non era rimasto più niente fuori dagli scatoloni.

Partì dalla sciarpa, infine tolse persino gli orecchini, quel paio che le aveva regalato Alberto.

Si spogliò della vecchia casa che vestiva, si spogliò dell’odore di buccia d’arancia e del rosso dello scafo e del cartone raggrinzito delle sigarette e si spogliò di ogni sorriso triste del passato.

Si stese nuda sul prato del viale d’ingresso e respirò. Il sole scalpitava nel percorrere ogni centimetro della sua pelle pallida, riscaldandola. Non c’era più vento. 

ANTOINE ROQUETIN

Quelli erano gli unici momenti felici che ricordava con lui, gli unici che aveva a disposizione tra un viaggio e l’altro. Purtroppo duravano sempre troppo poco e ogni volta che se ne andava per loro ricominciava l’incubo. L’incubo che aveva portato il fratello ad imbarcarsi nel tentativo di sfuggire ai ricordi di un’infanzia difficile, segnata da una figura materna violenta ma allo stesso tempo assente. L’incubo che aveva portato lei a condurre un’adolescenza sregolata.

  -Mi avete rovinato la vita- diceva -e io rovinerò la vostra-

Era diventata quasi una formula cerimoniale prima dell’ingresso dell’ennesimo sconosciuto in casa.

Si rese conto di avere ancora il telefono appoggiato all’orecchio. Come capitava spesso si era fatta trascinare dai pensieri. Andò nel salone per controllare se avesse imballato tutto ma inevitabilmente ancora una volta i ricordi si sovrapposero alla realtà. Si ritrovò nuovamente di fronte a quel quadro. Era nuda, in piedi accanto al fratello, venivano esaminati da un volto con barba curata e occhi il cui colore s’intravedeva appena a causa delle pupille dilatate. I due corpi fragili ormai non tremavano più. Si limitavano a rimanere impassibili, fissavano quella nave che si dibatteva tra le onde e immaginavano di essere in mezzo all’oceano, lontani da quel piccolo soggiorno. Immaginavano che ogni colpo, l’ennesima penetrazione, ogni abuso non sarebbe stato altro che un ulteriore scontro violento ed inevitabile tra la nave abbandonata a sé stessa e quelle onde immense e pesanti dell’oceano oscuro. Loro, per infiniti istanti smettevano di esistere in quella casa, ed esistevano esclusivamente nel quadro prima di riaffacciarsi sulla squallida realtà.  

Era tutto imballato e pronto per poter essere portato via. L’unica cosa fuori posto era una collanina con un rasoio dai bordi levigati. Quello era il simbolo che rappresentava la loro liberazione. Non potevano fare a meno di associare quell’oggetto apparentemente così piccolo ed innocuo al colore rosso dello scafo della stessa nave su cui hanno viaggiato per anni le loro speranze di una vita diversa. L’identico colore di cui si tinse il pavimento nel giorno in cui conquistarono la libertà. Il giorno in cui le tagliarono le vene approfittando dell’incoscienza indotta dall’abuso di sostanze. Giorno in cui rimasero a guardare come si dissanguava lentamente lei che li aveva messi al mondo.

RICCARDO SANNA

E loro si bardavano di tutta fretta, entusiasti, poiché sapevano bene che il vento non porge solo carezze e il suo afflato, spesso, è tutto tranne che magnanimo. Il padre era un comandante di lungo corso, così come il nonno e il fratello. Una famiglia di gente di mare, la loro. Avrà sicuramente bisogno di soldi, aveva pensato lei riguardo la telefonata. Magari incideva il poco pescato. Inoltre, soltanto qualche anno prima in una fredda notte invernale, il suo peschereccio era colato a picco al largo di Capo Sperone e lui e i suoi cinque marinai erano giunti a riva nuotando, zuppi e pesanti gli indumenti e così anche il cuore. Quel peschereccio, prima che a lui, era appartenuto al padre. Ed era stata una scuola nella quale apprendere, fin da giovane, i trucchi del mestiere. No, lavorare alle dipendenze non faceva al caso suo. Non ne poteva più di prender ordini dal comandante della SeaMar, lui che gli ordini li aveva sempre impartiti. E forse i soldi gli servivano per costruirne una nuova. Sì, doveva essere per questo, si era ripetuta lei, mentre camminava avanti e indietro nella veranda della casa di famiglia. Fra quelle mura si celavano i ricordi di una vita, preziosi e innumerevoli. Uno su tutti la riportava al periodo dell’infanzia: suo padre che dopo mesi di mare spalancava la porta e si inginocchiava sullo zerbino a braccia aperte e lei e il fratello gemello a corrergli incontro per poi stringersi in un forte abbraccio; la mamma, che s’affacciava emozionata dalla cucina, gli mandava emozionata un bacio da lontano lasciando ai piccoli tutta la gioia di quel momento. Quella casa aveva assorbito ogni sfaccettatura della loro esistenza. E adesso lui aveva chiamato per dire: “La casa va venduta”. In cuor suo sapeva che non avrebbero mai potuto fare una cosa del genere. Si sedette, confusa, nella poltrona che dava al giardino. E si perdette nel tripudio floreale di colori: ogni volta che lo sguardo incontrava quelle piante riusciva a rivedere la mamma, il volto disteso e armonioso, intenta a dedicarsi alla sua grande passione. Temette che il fratello fosse finito nei guai. Ma che mai aveva potuto combinare considerato il fatto che stava sempre in mare? La casa dei nostri genitori va venduta: quella frase continuava a rimbalzarle per la testa. I pensieri contorti si susseguivano svelti, senza tregua. Non vedeva l’ora di parlarci di persona: i dubbi da chiarire iniziavano ad esser troppi.

ANNA SARACINO

E Sara pensava che crescendo il mondo sarebbe stato meno freddo, ma si sbagliava: era rimasto lo stesso. Lei la odiava quella sensazione di freddo sulla faccia, mentre Marco nel vento ci viveva. Non aveva mai abbandonato quel legame ancestrale con la natura, solo in mare si sentiva davvero sé stesso: lontano dagli obblighi sociali, distante dall’incessante ciclicità del quotidiano, libero di sentire e provare l’immensità del mondo. Quante volte la sorella lo aveva richiamato alle necessità urbane, quante volte gli aveva chiesto più giudizio nelle scelte di vita, lei che per l’equilibrio aveva sacrificato il matrimonio. La vita la divorava giorno dopo giorno, oppressa dal pesante giogo della famiglia, un legame che aveva consumato la sua anima. Innumerevoli sacrifici aveva compiuto in nome del legame familiare: aveva rinunciato all’arte per iscriversi alla facoltà di Economia, trovando un impiego sicuro dopo la laurea; aveva rinunciato al suo amore per Leo, la cui professione aveva fatto storcere il naso al padre, pienamente consapevole dei rischi di un lavoro precario. Conosceva le conseguenze di una giornata di reti vuote, l’umiliazione di non poter garantire il minimo indispensabile alla propria famiglia. Per questo per Sara quella piccola accogliente dimora era tutto, tutto l’amore di suo padre, tutte le sue più grandi fatiche, la sua più importante garanzia. In quelle stanze aveva accudito instancabilmente i genitori fino al loro ultimo respiro ed era ostinata a non cedere dinnanzi alle pretese del fratello. Avevano un rapporto difficile Sara e Marco, anzi, non ne avevano uno: erano due anime sole per motivi inconciliabili. Dalla perdita del padre era sparito, come se in realtà i morti fossero stati due. Sara chiamò nuovamente, nel disperato tentativo di convincerlo della sua idea. Solo perché tu non puoi permettertela non vuol dire che ci devo rinunciare anche io, disse. Se solo tu vedessi il mare dai miei occhi capiresti meglio le mie scelte, ma non vuoi sapere, è da trent’anni che non ti sforzi di comunicare con me. Era stata l’ultima loro conversazione prima che le onde lo portassero via per sempre. Non era stata la stessa da quel momento, fino all’ultimo non aveva rinunciato alla strategia per sopravvivere: lì, dove diversi anni prima era nata una famiglia, un viavai di gente in valigia percorre quegli ambienti. All’entrata un’insegna: lo Scafo Rosso.

FRANCESCA SASSO

Quel giorno d’infanzia soffiava violento, era come se parlasse mentre in loro albergava un silenzio eloquente fatto di pesci che sguizzavano sott’acqua, di navi ancorate ognuna al proprio palo e di sguardi difficili.

Sara era solita indossare la sua sciarpa color blu cobalto, le sue scarpette occhio di bue e un cappello tipico di chi si guardava allo specchio e riusciva a scorgerne i lineamenti di un magistrato.

Sara lo diventò pochi mesi dopo la morte di suo padre, quell’uomo dalla giacca a vento sempre addosso e dal sapore di tabacco incorporato nelle narici. Camminava spavalda, talvolta cambiava colore ma con un gesto insolito si portava dietro quella sciarpa che sapeva di tramontana, di polpi appena pescati e di marinai seduti al sole. La considerò per lunghi anni il suo amuleto, il suo ponte tra la terra e il cielo e più precisamente tra lei e suo fratello Tommaso.

Non si era mai presentata al suo giuramento, ne aveva rimosso ogni traccia perché ritenuto – con la  supponenza di chi indossava tacchi a spillo anche al lavoro –  soggetto superfluo, a tratti instabile, nella sua esistenza fatta di niente. Lei viveva a terra, lui sempre a mezz’aria, sospeso in quel limbo che rendeva le persone vulnerabili, sognatrici e con un’immensa voglia di accarezzare le onde anche da fermo.

Tommaso lo diventò, un marinaio con i gradi sul petto e Sara non lo seppe mai fino a quell’agosto 1995.

La signora Barbara le comunicò che il suo primogenito, per giunta maschio, aveva comprato casa sul mare e che questa galleggiava come aveva sempre fatto lei in vita.

Sara, tacco dieci e tailleur nero, con il suo viso asciutto dalle lacrime che non versò mai per la morte di sua madre, pensò di scovare il numero di suo fratello nel cassetto del corredo. La inondò un profumo di salsedine, quella dei costumi riposti nel baule di legno nero e ci trovò dentro tutto, persino lo scafo rosso. Per tantissime stagioni quel quadro aveva avuto l’ambizione di restare in piedi, frattanto guardava la famiglia sbriciolarsi.

Salire a bordo di quello scafo significava, per Tommaso, assolvere a quel motto infantile corri in soccorso con Amore, la pace seguirà. Chiamarla per la vendita fu il suo urlo di dolore per aver lasciato che tutto scorresse, persino l’acqua della tempesta che lo avrebbe portato sulla terra solo dopo sei mesi.

Era troppo tardi, strappare i ricordi dal petto era l’unica rotta che Tommaso percorreva ogni mattina.

ANNALIVIA TAMBONE

Sara contemplava gli oggetti, accarezzando i ricordi racchiusi all’interno di ogni stanza. Si fa presto ad imballare tutto e rendere vuoto quel posto, che per tanto tempo è stato una costante nella vita di Sara. Ora quel quadro pareva fissarla: l’unico che sembrava conoscere quello che lei stava provando e a restarle vicino. Lo aveva disegnato suo padre, come tutti gli altri che abbellivano le pareti bianche di quella dimora: tanti occhi pronti a catturare ogni movimento della donna, a ricordare ogni momento della vita che passava davanti. In quella casa aveva collezionato ricordi, che restavano intrappolati per sempre. Lo scafo rosso conosceva molte cose e adesso continuava a seguire Sara con sguardo fisso: la vide gettare un’occhiata triste verso di lui e indossare giacca e sciarpa pronta per uscire. Sara era diretta al molo, ma i ricordi le passavano vicino, uno dietro l’altro, come se li stesse rivivendo in quel momento. Chissà quante volte avrà fatto quello stesso percorso e quante volte ancora lo farà ma, finché potrà, lei ripercorrerà la stessa strada per immergersi nei ricordi felici di quei giorni tanto lontani. Il tempo non era affatto burrascoso ma, dentro di sé, Sara sentiva scendere una pioggia impetuosa e interrotta. Il molo era molto vicino, ma contando la burrasca nel suo cuore, a Sara parve passare un’eternità. Ed eccolo spuntare distrattamente alla vista della donna, che sembrava esausta e controvoglia si avvicinava sempre più nello stesso punto dove lei, suo fratello e suo padre sostavano solitamente. Il vento era proprio lì, pronto ad accoglierla calorosamente e per un po’ era davvero piacevole, finché non risuonarono con insistenza le gelide parole di suo fratello. Doveva prendere una decisione dolorosa, che le pesava sul cuore e doveva ammetterlo: dire addio un’altra volta significava perdere l’essenza di quel vento che l’aspettava da sempre. Era inutile convincere suo fratello e ancora più inutile tenere per sé qualcosa che non le apparteneva più. Il tempo le lasciava solo qualche altra folata di vento per trovare una risposta, per scegliere qualcosa che aveva già scelto qualcun altro al posto suo. Una sferzata di vento le fece lacrimare gli occhi e solo in quel momento Sara si rese conto che le lacrime erano scese già da un po’ a rigarle il viso. Addio vento, addio casa dolce casa: addio papà e il vento la salutò per l’ultima volta piangendo con lei.

MARIANNA TERRONE

Lo faceva sentire vivo.

Si coprivano subito, indossavano i cappellini e la lunga sciarpa color grigio opaco, opaco come quel periodo successivo alla morte del padre. Il buio ricordo era quello che spingeva i due fratelli ad allontanarsi l’uno dall’altro. Rimandare il ritorno sulla terraferma era l’unico modo per scappare dal dolore. Vendere la casa significava dimenticare, cancellando i ricordi. Quel quadro, quell’enorme quadro, li racchiudeva tutti. Riecheggiava il rumore delle onde del mare, il vento, l’agitarsi delle acque, la nave contro lo scoglio e…

 -segreteria telefonica: il numero da lei selezionato non è al momento raggiungibile-

L’ennesima chiamata rifiutata da parte di quel testardo, ragazzino viziato. E’ sempre stato lui il preferito di papà. Almeno mamma mi considerava di più, anzi mi capiva. Papà era troppo concentrato su quella stupida nave, ha sempre preferito portare con sé colui a cui avrebbe l’avrebbe lasciata. Ma io?

Studia cara, non deconcentrarti, rientreremo a breve. Diceva suo padre. Rientravano dopo ore, a volte dopo giorni. Il tempo passava, lei li vedeva sempre meno. A volte usciva per conoscere gente nuova, cercare di colmare il senso di solitudine che provava giorno dopo giorno.

Quel 10 giugno raggiunse due amiche. Non era molto gradita la sua presenza dagli altri ragazzini del paese. Oggi non vai con papino a pescare? Che buon odorino di mare che emani! Quanto possono essere cattive le persone? Mio padre dà tutto se stesso, pur di offrirci una dimora e del buon cibo in tavola.

Quel 10 giugno era così afoso che i capelli di Sara le si incollavano al collo. Che strano caldo.  Lei e le amiche camminavano spensierate per il paese, parlando del più e del meno, ignare dell’enorme e spavalda nuvola che si avvicinava. Il vento iniziava muovere le foglie. Un forte tonfo rimbombò dentro Sara. Il cielo tuonava, il sole era sparito sotto quell’enorme nuvola grigia. Pochi secondi dopo, quel grido lancinante dal mare.

 -telefono squilla-

Sullo schermo un numero sconosciuto. Il rumore del battito accelerato del cuore inondava la sua mente.

Signorina Rossi? La nave di suo fratello si è schiantata contro una scogliera, non crediamo ci siano sopravvissuti, ci dispiace.

Subito dopo, una folata di vento scaraventò la porta contro il muro. Sara capì. Il fratello era andato a prendere il vento con suo padre, non il sole, il vento.

MARIA CLAUDIA TROVATO

C’era vento anche quel giorno nella piazza del paese, raccolta intorno alla sua famiglia, in quello strano festoso silenzio che accompagnava il padre verso il viaggio più lungo. Lei che odiava le convenzioni, i lutti e le formalità, indossava il suo cappottino rosso degli anni universitari e quella sciarpa di lana cotta che suo padre amava tanto. Sulla risata suo padre aveva costruito la propria vita. Con quella risata aveva girato l’Italia e un po’ d’Europa. Con quella risata aveva sposato la madre, lo si vedeva nella foto del soggiorno proprio sotto il grande quadro con la nave rossa. Per colpa di quella risata quindi non era possibile prendersi il lusso di essere tristi nemmeno quel giorno.  C’era vento anche quel sabato pomeriggio al parco di Bruxelles quando sotto un albero aveva letto il lungo messaggio del fratello. Le scriveva così raramente, qualcosa di importante doveva essere successo. Le aveva scritto, non sono più un bambino, e il giovane studente di scienze politiche girovago e sognatore si era trasformato in un uomo adulto in grado di vivere su una nave per mesi lottando in nome delle leggi del mare e dell’uomo contro l’odio e il dolore. Testa calda come suo padre, aveva detto la madre. Ma era orgogliosa e fiera, anche se a volte di notte piangeva. C’era vento anche il giorno in cui Sara era arrivata in Italia sola su una nave stracolma di speranze e sogni e aveva sentito per la prima volta dal vivo quella lingua solo a tratti famigliare, come uno strano canto. C’era tanta confusione, oltre che vento, al porto di Bari. Dal suo metro e dodici centimetri vedeva una distesa infinita di gambe avvolte nel jeans o in velluti vecchi e gonne lunghe e stropicciate. E c’era confusione anche nella grande casa il giorno di quella grande festa che Annalia e Nicola avevano dato per festeggiare il suo arrivo così desiderato e improvviso. Lì c’erano invece le gambe abbronzate e le scarpe col tacco delle sue nuove zie, degli amici dei suoi nuovi genitori. E adesso quella casa si doveva vendere? Là dove era nata una volta ancora? Dove era diventata figlia, sorella, nipote? Dove tra pochi mesi sarebbe diventata anche madre? Quella casa battuta sempre dal vento ma che dal vento proteggeva e curava. Quel vento in cui sentiva l’amore del padre e la sua risata, quel vento di cui non poteva fare a meno. Glielo diceva sempre anche la nonna Miranda, laggiù dall’altro lato del mare, che lei era nata nel vento.

VANESSA VALENTE

Fu proprio il vento, il primo e l’unico, ad accoglierla al suo arrivo: scese dall’aereo e lui le scompigliò i capelli. Dove abitava adesso il vento soffiava di rado e quando lo faceva muoveva solo i fili d’erba e le gonne delle adolescenti in piazza. I pensieri, quelli no, non sapeva sfiorarli e così rimanevano accumulati nella mente di ciascuno corrucciandone le espressioni.

Erano anni che ormai non tornava a casa. Lo avrebbe evitato volentieri ma quella chiamata aveva scombinato i suoi piani e, come se non bastasse, suo marito, vile, appena prima della partenza, aveva espresso il suo parere, il suo desiderio, il suo ultimatum.

Così si ritrovò lì, in quella casa che avrebbe potuto essere lo scrigno della sua infanzia, dei suoi primi amori, delle domeniche uggiose e delle estati di afa ma che invece era diventata luogo di dolore: quello di un padre che era morto lentamente, con le ossa spaccate da un brutto male e quello fatto di urla strazianti di una madre trascinata in istituto quando non riconosceva più né sé né i suoi figli. La sua famiglia meritava un lieto fine ed invece non le era stata concessa neanche la pace della vecchiaia.

Col cuore stretto in quella morsa, corse via, fino al molo. Guardò i marosi infrangersi incessanti: erano spuma, frammenti di luce e acqua: una tela intessuta da un dio scostante o da una Penelope instancabile. Il vento le urlava nelle orecchie, proprio come quella domenica mattina con suo padre, quando scattarono la foto che ora è nell’ingresso della casa: lui sorrideva divertito e lei, bambina, rideva sdentata, con i capelli arruffati che le coprivano gli occhi. Come erano belle quelle domeniche, quando la casa profumava di dopobarba e si riempiva della musica di Guccini. Tanto in quella casa era stato bello: le giornate di primavera nel patio; le notti di studio disperato; i lunghi pranzi delle feste; i saluti commossi sull’uscio a quel suo fratello irrequieto che cercava la serenità in mezzo al mare.

I ricordi la ammantarono, confortevole seta sottile. Il vento aveva compiuto l’alchimia: l’aveva riportata a casa, a se stessa, alla bellezza per troppo tempo dimenticata. Avrebbe detto a suo fratello che la casa era venduta, colma di tutto, l’avrebbe lasciata ad altri. Avrebbe saputo abbandonare i demoni del passato e avrebbe risposto a suo marito che sì, ora anche lei era disposta a donare la vita, affrontare il rischio del male per accogliere il bene.

VANESSA VANTAGGIATO

Era cresciuta abituata al vento. Quando andava a scuola a piedi si sentiva sollevare dalla forza del vento e credeva di poter restare coi piedini sull’asfalto chiarissimo, bruciato e crepato dal sole, ricoperto da cumuli di sabbia, solo grazie al peso dello zaino più grande di lei, colmo dei libri di scuola. Che metafora, per una bambina di sei anni, i libri che ti salvano dalla tempesta.

Da adolescente, più ribelle, aveva smesso di portare tutti i libri, spesso se li faceva prestare dai suoi compagni di classe, per improvvisare un’interrogazione all’ultimo momento, che andava bene più per le capacità di riflessione e di recitazione, che per il tempo effettivo passato a studiare. Aveva scoperto che, oltre alla pagina scritta, esistevano la voce, il movimento del corpo, lo sguardo, l’immaginazione. Aveva scoperto il teatro: non solo a Siracusa, ma anche durante gli esami all’università, al pronto soccorso, e nell’amore.

Il giorno in cui ricevette la telefonata si trovava lontano dal luogo del vento e del teatro. Nello zaino un computer non più a trattenerla, in una pianura senza vento. Aveva studiato ingegneria grazie a una canzone dei Bluvertigo e perché le sue insegnanti le avevano fatto amare la matematica, la fisica e la chimica. Senza accorgersene si era ritrovata in un ufficio, per produrre lo stesso carburante che finiva sulle navi di suo fratello. Riparava alla nostalgia coltivando il ricordo ostinato e prepotente della sua infanzia, concentrandolo nella casa dei suoi. Suo fratello viveva in nave, lei viveva nella memoria di una casa.

La casa non fu più venduta. Andò a viverci lei. Lasciò un lavoro prestigioso, deluse tutti, si indebitò, non impressionò più nessuno, si dedicò a ciò che sempre aveva saputo fare bene: studiare e interpretare. Lo insegnò ai ragazzi volanti, tenuti a terra da uno zaino di libri, com’era ancora lei. Li aiutò a fare i compiti per tutta la vita, recitando la matematica, la fisica, la chimica, l’amore, la morte, dormendo il pomeriggio, prendendo il vento, col profumo del pane per strada e nuotando coi pesci nel mondo alieno del sott’acqua. Tornò da tutti i suoi amori non corrisposti, uomini, donne, alberi, mare, vento, e fu un disastro e una tempesta intensa e fu perfetto, perché così poterono sentire tutto più forte.

SERENA VERGA

Le sembrava di sentire ancora addosso tutto quel vento, sin dentro le ossa: leggero, le scompigliava i capelli accarezzandola e sorrideva, tanto. Era ancora una bambina quando le giornate scorrevano piacevolmente, senza grandi responsabilità, fra giochi in terrazza, la nonna che lavorava all’uncinetto seduta sulla poltroncina rosa cipria e la mamma affaccendata a cucinare, stirare, lavare e sorridere. La musica usciva dalle casse di un vecchio stereo anni ’90, scandendo così il ritmo di giorni qualsiasi. Quella casa viveva ancora di tutti quei ricordi, come se fossero rimasti appiccicati sulle pareti: le risate forti, le lacrime, le incomprensioni, le gioie condivise, tutto era lì, insieme, nel bene e nel male. Ma il fratello è sempre stato un po’ come quella linea disturbata, ad intermittenza, come una lampadina nata con un difetto di fabbrica: una volta c’era e poi all’improvviso non c’era. Non si sa perché, ma era capace di rovinare ciò che c’era di più bello, come se ad infastidirlo fosse quella smodata voglia di semplicità saziante di cui godeva da sempre la sua famiglia. Sì, ha seguito le orme del padre, vivendo sempre in viaggio, ma questo diventava un motivo in più per restare distante da tutto, per poi metterci il cuore solo quando gli andava. “La casa va venduta”: ne parlava come se fosse un ostacolo, un qualcosa di cui sbarazzarsi, ma per lei era La Casa, messa su con sacrificio e dedizione, lì dove tutto è iniziato, dove sono nati e cresciuti. Basterebbe solo rimetterla a nuovo per darle nuova vita. Perché lui avrebbe dovuto decidere anche per lei? Perché avrebbe dovuto essere come al solito soggetta al tono perentorio del fratello maggiore? Nonostante la sua presenza assenza, sapeva comandare, scegliendo per lei come scandire il suo tempo, le sue emozioni, la sua quotidianità. Restò immobile per ore ed ore a guardare quel grande quadro con lo scafo rosso, poi decise e vendette la casa. Una manciata di sorrisi li lasciò tutti lì, sperando di contagiare di spensieratezza chi avrebbe dovuto abitarla dopo di loro. Rientrata nel suo appartamento in periferia, dove abitava da alcuni anni, salutò la madre dandole un bacio sulla guancia, come era solita fare sin da bambina, e spingendo la sedia a rotelle, si avvicinò al suo orecchio e le disse con tono sommesso: “Andiamo sul molo, mamma, a prendere il vento.”. Era l’unico posto in cui si sentiva libera, libera davvero.

LUCIACONCETTA VINCELLI

Il sole, quello che prendeva adesso, le gonfiava le dita, le faceva male. Eppure, Sara lasciava che la sua figura al balcone si impolverasse: il tempo necessario per mimetizzare il colore dello scafo nel soggiorno spogliato.

 Sara progettava case, ma mai ciò che significavano vuote.

Quell’abitazione era un paravento; di quelli severamente decorati, in cui la parte più divertente era andare nel retro o immaginare, e affacciarsi o dimenticare.

Qualcuno la fece muovere tra i separatori di stanze: il postino. Non ne giungeva uno da tempo.

“Cosa ci fa qui?”- La prima reazione, plausibile, Sara la sputò alla bocca dell’ ignaro.

“Un pacco per lei. È un regalo, perciò non ne sa niente. Arrivederci.”

A te sconosciuta, questo libro ha cambiato il mio primo anno di studi.  Ma non volevo dirti solo questo.

Aprì il pacco, lo conosceva.

‘Parole nel vuoto’ di Adolf Loos.

Si precipitò tra le prime pagine, con movimenti ruvidi, sperando di avere tra le mani una delle edizioni sbagliate, dove era stampato Puskin.

Tra il bosco e il mare, c’è una quercia verde/e sulla quercia, una catena d’oro.

I versi del poeta: ora le servivano per scendere giù, in tempo per ritrovare il traffico della città morente ed entrare nell’auto di fronte al suo palazzo. Strategia.

“Chi sei? Cosa ci fai qui?”

Un uomo, con troppa confidenza, l’aveva prelevata dalla casa da proteggere.

“Ho fatto la scelta giusta, allora?”- Un cenno di lui tra le sue gambe riportò Sara al libro.

“Lo sconosciuto?”

“Sì, scelta giusta. Ma cosa ci faccio qui?”

“Ho aspettato anche ore, per restare nascosto dai miei, dietro l’angolo di casa, durante l’adolescenza, mentre ero grato alla mia amica per i passaggi da scuola. Ora  agli sconosciuti offro uno strappo per il mio sentimento riconoscente. ”

“Sei tu che mi hai regalato un libro.”

“Sei tu che mi hai trovato.”

Sara era interessatamente arresa.

“Quest’auto della riconoscenza dove va?”

Andavano, in un’auto bianca, in cui aspettavano i rumori del passaggio degli altri, mentre correvano scossi sulla strada che solo uno di loro aveva stabilito.

Sara notò che il finestrino affacciava su strada, ma non si vedeva nulla di lineare, oltre la vernice in scorze  lucide dell’auto.

“Scendiamo, forse siamo arrivati.”

Affondarono i piedi tra muhenbergia rosa, che inondavano il paesaggio indefinito.

Si erano liberati del suolo. Avevano raggiunto un giardino vero.

Tirava vento: Sara ne apprezzava la confusione e la pelle asciutta.

Allo sconosciuto bastò dare le spalle al vento: “Sei tornata a casa, come volevi tu, allo scafo rosso.”

“Dove vai? Mi senti?”

Chissà da quanto tempo, era caduta la telefonata.

Sara non aveva parlato con nessuno. Tranne che al suo scafo rosso sul divano.

ELEONORA VINO

Quel vento gelido che si scagliava come un’esplosione di schegge sul suo viso serbava nel suo freddo pungente un viscerale sentore di felicità. E adesso suo fratello, inghiottito dall’egoismo, spazzava via la sensibilità di Sara e riduceva quel vento impetuoso ad un arido spiffero afoso che lasciava Sara assetata. La sete di tenere in vita i ricordi, non appena riattaccato il telefono, la pervase. Lo sguardo della donna, che si trovava in casa,  passò dall’immagine dello scafo, al copridivano logoro a causa dei morsi di Pet, il cane che aveva condiviso quegli spazi con loro e che  insieme al padre stimato li aveva lasciati al loro destino. Sara non aveva mai trovato il coraggio di sostituire quel copridivano con uno nuovo proprio per il desiderio di  mantenere integra la caducità del tempo attraverso gli oggetti che ne trasudavano l’essenza passata. E adesso suo fratello le imponeva di vendere l’intero scrigno del loro passato. “Io in nave ci vivo, ti ricordi?” la frase perentoria di suo fratello tuonò nella mente di Sara come il fracasso provocato dal crollo di una struttura. Chiuse gli occhi e tra i pensieri affaticati si immaginò sommersa da mobili capovolti, un forte vento aveva spalancato le finestre e il copridivano stracciato fu inghiottito da una forte folata di vento e trascinato all’esterno, come un isterico tappeto volante. Le mura tremanti della casa, che nella fantasia di Sara subivano le scosse di un terremoto circoscritto al loro appartamento, fecero schiodare il quadro raffigurante lo scafo che cadde di colpo frantumandosi in pezzi grandi e piccoli. Sara immaginò che una scheggia minuscola le avesse trafitto la schiena. Aprì gli occhi, in salone era ancora tutto in ordine, ogni cosa al suo posto, volse lo sguardo verso la fotografia dello scafo e sospirò. Suo fratello viveva in nave, lei no. Si diresse al molo per essere investita da quel fascio di vento da cui suo padre un tempo l’avrebbe protetta, si legò una sciarpa al collo e uscì di casa. Il molo era affollato e c’era un intenso olezzo di pesce fresco, le suole di Sara scivolavano sull’acqua gettata a secchiate per ripulire i banchi espositivi. Avvicinatasi al mare, Sara prestò il viso all’aria, ma ricevette solo due o tre schizzi da un’onda che si era appena infranta. Del vento neppure l’ombra, iniziò addirittura a sudare e dovette togliersi la sciarpa che posò con rassegnazione su una panchina alle sue spalle…

MARTINA ZORZIN

Il vento che ci univa, avvicinava tutti e tre davanti all’acqua tumultuosa, rumoreggiante e, a distanza, l’orizzonte maestoso, la sua linea fissa che richiamava l’oltre, l’insuperabile. Era il vento a dettare la direzione, l’andatura, a rendere favorevole il giorno, a guidare la nave verso il porto sicuro. Cambiano le persone ma i luoghi no, la loro essenza rimane, lascia nella memoria una traccia, custode delle emozioni scaturite e vissute in quel preciso istante. Percepisco il calore del corpo di mio padre, il suo sguardo e la passione che provava per quel mare, suo confidente, suo compagno, la meta di ogni viaggio.” Il sole è immobile, non si muove, è il vento che fa andare ogni cosa, è trasparente, penetra e va ovunque proprio come Dio.” Forse mio fratello vedeva il lato pratico della situazione, per me vendere la casa dei nostri genitori significava prendere la nostra vita, i nostri ricordi e strapparli con forza, sradicarli come una pianta dal terreno. Io vedevo la parte emotiva, il peso affettivo di quell’azione: non volevo riporre la nostra parte di esistenza nell’angolo, dare a qualcun’altro le mie pareti, le mie stanze, la mia porzione di finestra. Nessuno avrebbe mai saputo delle emozioni e degli stati d’animo vissuti dentro, delle attese di mia madre, degli abbracci sperati con mio padre, dei miei sogni di bambina, della nostra crescita, di quel grande quadro appeso. Nessun posto racchiude così tanta esistenza come la casa natìa, l’origine della propria storia personale, non volevo barattare questo con i soldi, la vendita di una parte di me stessa in cambio di un contraccambio economico. Mio fratello viveva in nave, esattamente come aveva fatto nostro padre: vivevano quasi una doppia vita, caratterizzata da due movimenti precisi, il lasciare e il tornare, proprio come le onde del mare sulla battigia. A differenza di mio padre però, suo figlio non riusciva a capire il senso profondo dell’assenza per chi lo attende da sempre sulla terra; se aveva fretta di vendere qualcosa non tornava, c’era un perché, l’imperativo utilizzato nascondeva la reticenza, l’ansia di voler subito, senza fornire grandi spiegazioni. Il suo tornare qui fra sei mesi avrebbe comportato la scoperta di ciò che mi taceva e la delusione, da parte sua, per la mia precisa scelta.

Sono qui sul molo con la mia sciarpa a quadretti beige, il vento soffia; lo vedo allontanarsi. E la nave va, ma io resto.

JOSHUA WOLLAN

Già, perché suo padre voleva solo il fresco vento marino. La madre, per questo, si arrabbiava ma li faceva andare comunque. Però quella casa le era molto cara, facile per suo fratello, no? Lui viveva sulla nave quasi tutto l’anno poi, quando tornava, andava in un piccolo albergo e stava là per qualche settimana. Tornava in barca e via tutto daccapo.

Frustrata decise di andare al molo, a prendere il vento. E la vide: una nave uguale a quella della foto, con lo scafo rosso. Se ne innamorò subito.  La adorava.  Ogni giorno andava a vederla, per  sentirsi meno frustrata. Ma suo fratello insisteva. Era stanca, così un giorno gli chiese perché volesse vendere la casa a tutti i costi. Esso rispose che costava troppo mantenerla e che lì non ci poteva vivere nessuno. Poi si lanciò in una parlata su quanto sarebbe costato ristrutturarla etc. etc.  Ma lei conosceva la vera ragione. Da quando erano morti i genitori lui non voleva avere niente a che fare con quella casa, per questo era andato a fare il marinaio. A lei, però,  piaceva stare in quella casa.  Si sentiva come collegata, in pace. Quindi andava avanti il litigio. 

Un giorno peggiore degli altri quando andó al molo la barca non c’era più. La vide, una piccola macchia all’orizzonte. Due settimane dopo, la barca tornò. Era felice che la barca fosse tornata,si sentiva come se una parte di lei che era andata via tornava.

Un giorno chiamò sua cugina. Ella si offrì di comprare la casa ma lei non volle.  Erano due settimane che non sentiva il fratello.  Voleva sedersi e riflettere.  Quel giorno il fratello la richiamò. Voleva, come al solito, insistere a vendere la casa.  Questa volta riuscì a trovare un argomento migliore e a dire con parole solide che non voleva.  Un giorno scoprì che la barca aveva bisogno di marinai e marinaie.  Le era venuta un’idea.  Voleva vendere la casa a sua cugina, (uno straniero l’avrebbe buttata giù e inoltre così poteva vederla quando voleva) per far felice suo fratello, e per far parte dell’equipaggio della nave.  Quella nave la faceva sentire nel quadro, a casa sua, che sorvegliava il soggiorno. Il padre le aveva insegnato gli elementi del lavoro del marinaio. Andò subito a farsi assumere. Vendette la casa alla cugina e, detto fatto, beh, più o meno, partì per il mare aperto.  

Stava a prua, con il vento in faccia, il sole alto nel cielo e il mare leggermente agitato.  Stava nel quadro, guardava la sua vecchia casa e pensava, e la nave va, con me a prua. 

FUORI CONCORSO (Non rispettato il limite delle 2021 battute)

ANNA FILANNINO

Ormai erano passati anni da quei momenti trascorsi con i loro genitori: Sara aveva trovato lavoro come insegnante presso un istituto poco lontano da Genova, città natale dei due fratelli, per questo motivo nel weekend riusciva ad andarli a trovare molto più spesso; al contrario di Giovanni, che invece, a causa del suo lavoro alla guida di navi da crociera, non s’incontrava quasi mai con i suoi genitori.
Neanche con sua sorella era mai riuscito ad andare realmente d’accordo, aveva sempre avuto un rapporto freddo, non di certo a causa della distanza: sin dall’età adolescenziale vi erano discussioni, spesso senza una motivazione realmente sensata, d’altronde Sara cercava semplicemente di attirare l’attenzione del suo fratello maggiore, desiderava che la sua mente ritornasse spensierata e dolce come quando erano piccoli, ma quest’ultimo ha cominciato a crearsi un mondo tutto suo. Questo mondo non è abbastanza grande per me ripeteva spesso, si sentiva oppresso e non adatto ad una società considerata da egli stesso Troppo ignorante per la sua intelligenza. Tendeva sempre ad allontanare tutti coloro che lo volevano davvero bene, non provava mai ad intraprendere un rapporto serio perché non riusciva a fidarsi di nessuno, in realtà, non riusciva a fidarsi neanche di sé stesso.
Dio mio Sara quante volte devo dirtelo, quella casa non voglio più vederla o sentirla nominare, dobbiamo venderla punto. Giovanni continuava a ripetere sempre le stesse parole, nonostante sapesse che non tutte le parole riuscivano ad arrivare alle orecchie di sua sorella. Non devi provare così tanta rabbia per quella casa, nonostante tutto, è pur sempre la nostra casa Sara pronunciò queste parole, soffermandosi maggiormente con la voce sulla parola “Nostra”.
Eh già, quel “nonostante tutto” fece riaffiorare nella sua mente quelle scene che cercava da anni di elidere attraverso l’alcool, quel dannato alcool che odiava, ma che continuava ad ingerire, per rendere la sua mente abbastanza offuscata da non comprendere la realtà che lo circondava e alleviare quel dolore straziante che penetrava la sua anima; Nonostante tutto? Cristo Sara ne parli come se non fosse successo nulla di male! Li hanno sparati in quella maledetta casa! Li hanno distrutti, e per cosa? Per soldi? Per dell’oro? Hanno messo quelle luride mani su nostra madre e poi l’hanno uccisa! Queste parole per la prima volta erano arrivate senza nessuna perdita di segnale, e furono come una pugnalata al cuore di Sara che iniziò a singhiozzare, questo riuscì a sciogliere lievemente Giovanni che continuò con un Mi dispiace; Stanno marcendo in carcere adesso, hanno avuto ciò che si meritavano, non sono riuscita a superarlo nemmeno io, ma non voglio perdere l’unico ricordo che ci lega a loro e che mi lega a te, dico solo… qui ci furono due secondi di silenzio per poi continuare con un Pensaci.
Dopo sei mesi, Giovanni tornò a terra come previsto, e non riuscì a fare a meno di ritornare nella sua città natale, specialmente di visitare quella casa che si era tanto ostinato ad evitare per tutti quegli anni. Appena varcata la porta, successe quello che più temeva, tutte le immagini apparirono vivide nella sua mente, quel dolore riaffiorì in un baleno, per questo motivo prese dalla busta che aveva tra le mani, una bottiglia di whisky comprata qualche isolato più avanti e iniziò a bere, mentre si accomodava sulla poltrona tanto amata da suo padre: l’uomo che lo aveva portato ad amare il mare, perché lì esiste un mondo così grande e inimitabile, privo di ignoranza della gente che causa discriminazioni, violenza e litigi inutili; 《L’uomo sarà la distruzione di sé stesso》ripeteva sempre suo padre, ed è proprio così che la pensava.
In quel momento entrò sua sorella, che non si capacitava ancora del fatto che suo fratello era lì, proprio davanti ai suoi occhi: Giovanni in quel momento si alzò dalla poltrona e lei gli andò incontro, dandogli un grande e caloroso abbraccio, e lui, nonostante la sua solita rigidità, non fece a meno di ricambiare quel gesto.
Perché sei qui? Sara cominciò a parlare. Non lo so nemmeno io in realtà perché sono qui, riguardo la vendita… No, ti prego non continuare, lo interruppe subito Sara. Hai ragione, dobbiamo smettere di rimuginare sul passato, dobbiamo andare avanti, dobbiamo dimenticarci di tutto quello che è successo, i nostri genitori li porteremo sempre con noi anche se non ci sarà più questa casa. Dopo tante chiamate e litigi, Giovanni non si aspettava quest’affermazione da parte di sua sorella, perciò decise di rimanere in silenzio. Vieni, devo farti conoscere una persona aggiunse Sara. Quando uscì si ritrovò un uomo, con una lieve barba, occhi azzurri in contrasto con gli occhi color miele di sua sorella, e un ciuffo biondo ben curato, come tutto il resto: il suo abbigliamento, la sua macchina e il modo in cui si era appena presentato. Giovanni, lui è il mio ragazzo, Riccardo, lui è mio fratello. Sono Riccardo, piacere. Il piacere è tutto mio rispose Giovanni, assicurandosi di essere abbastanza distante, affinché Riccardo non sentisse la puzza dell’alcool fuori uscire dalla sua bocca. Ero venuta qui per far visitare la casa anche a Ricky, dato che insisteva così tanto nel volerla vedere. Giovanni interruppe subito sua sorella domandando Come mai ci tieni così tanto a vederla? Incuriosito, e anche un po’ infastidito, da questa insolita insistenza di questo sconosciuto. Riccardo però, nonostante il suo sguardo guardingo, riuscì a tenergli testa tranquillamente Sono solo curioso, queste case così grandi mi hanno sempre attirato molto, e poi si trova in periferia, lontano dalla confusione tipica del centro della città. Così passarono una bella serata, il ragazzo sembrava tranquillo, educato e rispettoso nei confronti di sua sorella, e persino anche un po’ divertente, eppure per tutto il tempo non riusciva a comprendere come mai provava una certa diffidenza verso di egli; cercò di studiarlo per tutta la serata, e questo lo notò anche Sara, che a volte dava alcune spinte sotto il tavolo con il piede a suo fratello, per farlo smettere di fissare in quel modo il suo nuovo ragazzo, ma non riuscì a trovare nulla di sospettoso.
Intanto i giorni passavano, Giovanni, ogni giorno, andava a visitare quella grande casa, e man mano cominciava a non provare più cosi tanto rammarico verso di essa, persino il grande quadro con lo scafo rosso nel soggiorno non era più così brutto. Tutto questo avvenne fin quando non decise di salire al piano di sopra, il suo sorriso si spense non appena vide quella macchia, quella orribile macchia ormai asciutta sul pavimento: era il sangue di suo padre, quando fu sparato da quell’assassino; la sua mente tornò a rivivere per l’ennesima volta quei brutti momenti: quel momento in cui entrò in casa con sua sorella e vide sua madre che giaceva per terra, con un colorito pallido sul volto, dei lividi cosparsi per tutto il corpo e priva di qualsiasi indumento. Sua sorella iniziò ad urlare e a piangere, mentre lui rimase lì sulla soglia della porta, senza proferire parola, come paralizzato; fu quando sentì un ulteriore urlo acuto provenire dal piano di sopra, che iniziò a muoversi e a correre verso la provenienza di quell’urlo. Presto aiutami ad alzare papà, lo hanno sparato, dobbiamo aiutarlo. Giovanni si avvicinò e fece esattamente come ordinato da sua sorella, suo padre però, sotto vari gemiti di dolore, sussurrò Gli assassini sono ancora qui, scappate! Queste furono le sue ultime parole prima di perdere la vita del tutto, tra le urla strazianti di sua figlia che aveva già chiamato l’ambulanza, ormai, invano. Giovanni in quel momento si alzò e non riuscì più a pensare a nulla.
Scese giù, prese un coltello dalla cucina e uscì fuori, dalla parte opposta a quella in cui sono entrati, ed eccoli lì che cercavano di inserire tutto nel bagagliaio, mentre un uomo alla guida stava cercando di mettere in moto il più velocemente possibile.
Fu in quel momento che si ricordò di quegli occhi, quei maledettissimi occhi azzurri, gli stessi occhi di quel verme che, quella sera, guardavano con amore sua sorella Sara, tutto si spiegò: ecco perché non riusciva a fidarsi di quell’uomo, era lui, l’uomo che era alla guida, l’uomo che aiutò quei mostri ad uccidere i suoi genitori. Perché era con Sara? Perché era libero?
In quel momento corse subito verso la sua macchina e, intanto, provò a chiamare in tutti i modi sua sorella al cellulare senza ottenere risposta.
Dopo mezz’ora, riuscì ad arrivare al palazzo dove si situava l’appartamento di sua sorella, nel quale stava soggiornando per un breve periodo, prima di partire di nuovo per il suo lavoro.
Aprì il cancello, attraversò un breve tragitto contornato da un piccolo giardino poco curato, entrò nel palazzo, corse verso l’ascensore ma, essendo occupato, decise di arrivare al quarto piano attraverso le scale; arrivato difronte alla porta, notò che la porta era semi aperta, fu in quel momento che sentì un urlo soffocato dalla stanza di sua sorella. Prese un coltello dalla cucina che si affacciava verso il piccolo soggiorno. Tutto questo sembrava un orribile dejavù per Giovanni. Superato il soggiorno, attraversò il corridoio a passo svelto; prima di aprire la porta notò il cellulare per terra, questo spiegò le mille chiamate senza nessuna risposta di sua sorella, aprì lentamente la porta e quello che vide lo lasciò di stucco: quel farabutto stava schiacciando sua sorella sul letto, mentre cercava di slacciarsi i pantaloni, intanto sua sorella urlava e gemeva dal dolore, mentre quella canaglia stava toccando il suo corpo snello contro la sua volontà.
Giovanni decise di avvicinarsi a passo felpato per non avvertirlo della sua presenza, ma nel mentre colpì una sedia e Riccardo si voltò in un batter d’occhio; l’ultima cosa che vide furono gli occhi impauriti e gonfi a causa delle lacrime di sua sorella, prima di essere colpito sul viso da un feroce pugno, questo però non lo fermò, non avrebbe permesso che accadesse di nuovo, non avrebbe permesso a quella canaglia di fargli perdere l’unica cosa a cui teneva davvero, l’unica persona che lo amava davvero. Prese il coltello e, mentre il delinquente si avvicinava, si voltò con un movimento rapido e lo colpì sul ventre, non voleva colpirlo al cuore, perché voleva che continuasse a vivere e vedesse come la sua vita andava in frantumi e marciva in carcere, ma questa volta si sarebbe assicurato che restasse lì per sempre.
Nonostante il colpo nello stomaco, Riccardo continuava a resistere e a cercare di avvicinarsi un ulteriore volta verso Giovanni, ma sua sorella si alzò, prese la lampada rosa poggiata sul comodino, e lo colpì sulla testa, facendogli perdere i sensi del tutto. I due fratelli si abbracciarono, entrambi con le lacrime agli occhi, ma con un sorriso stanco sulle labbra. Grazie, Giovanni, Dio mio ti voglio bene, senza di te io… No, non continuare, non pensarci, ce l’abbiamo fatta, siamo salvi! Giovanni interruppe subito la frase di sua sorella, le prese i vestiti per terra e, mentre Sara si vestiva, chiamò la polizia per assicurarsi che venisse arrestato.
Trascorsero tre anni dopo quel terrificante episodio, Giovanni decise di abbandonare il suo lavoro in crociera, non voleva più allontanarsi per così tanto tempo da sua sorella, voleva proteggerla perché era la sua famiglia.
Congratulazioni signor Podenzano, ha messo sù una meravigliosa organizzazione, le auguro il meglio! Un giornalista si complimentò con Giovanni per la grandiosa casa dei suoi genitori, che ormai era diventata l’ “AVOP” anti-violence organization della famiglia Podenzano, un’organizzazione fondata per combattere qualsiasi tipo di violenza circoli nel mondo, qui chiunque poteva rivolgersi per ottenere protezione e assistenza.
Dai, vieni qui, non avere paura! Urlò sorridendo Giovanni volgendo il capo verso sua sorella. Ma è sicura questa cosa? Rispose dubbiosa e un po’ impaurita Sara. Certo che è sicura, l’ho fatta rimettere a nuovo, vieni qui o ti vengo a prendere io e ti faccio salire con la forza! Va bene, va bene ho capito vengo, ma se succede qualcosa ti uccido con le mie mani!
Sara salì sullo scafo rosso, il famoso scafo rosso rappresentato sul quadro appeso nel soggiorno dei suoi genitori.
Sara copriti bene, andiamo a prendere un po’ di vento.

MADDALENA IGNAZZI

Quei ricordi si mescolarono alla realtà, tanto da provocare un lieve pizzico sulla guancia destra di Sara. Accarezzò delicatamente la cicatrice, quella che proprio durante uno di quei tanti giorni felici si era procurata. Il vento, lo sentiva ancora sulla pelle. Prese un bel respiro, ma in quella casa non c’era vento, era tutto immobile. Si rese conto di essere tornata alla realtà. Il profumo di mare, del pesce fresco, il rumore dei gabbiani, tutto scomparso.

Quella casa era stata molto importante per lei e non riusciva a capire la scelta del fratello. Era così improvvisa, senza alcuna spiegazione.

Decise di non dargli ascolto, avrebbe potuto viverci ancora, ignorando l’ordine, solo qualche mese. Non avrebbe più risposto alle sue chiamate, le avrebbe ignorate.

Si rinchiuse in quell’abitazione, usciva solo per la spesa. Il lavoro, anche quello, lo faceva da casa. Non c’era bisogno di uscire, voleva godersi ogni singolo momento rimanente in quel posto. I genitori non avrebbero mai voluto venderla e nemmeno lei lo voleva. Il fratello non la capiva, lei non doveva ascoltarlo. Ricevette tante altre chiamate nel frattempo, ma le ignorò. Ignorò anche i messaggi in segreteria, gli SMS. Era la sua casa, non poteva portargliela via.

I mesi passarono e il fratello fece finalmente ritorno. Aveva lasciato un messaggio preciso a Sara. “Torno fra tre giorni” e aveva ottenuto solo la visualizzazione del messaggio. La vicina lo fermò appena scese dall’auto. “Non vedo tua sorella da un po’, va tutto bene? Ho provato a bussare ma non vuole aprire. So che è in casa”. Lui era arrabbiato, furioso, ma anche preoccupato. Sua sorella non gli rispondeva da quella  fatidica chiamata. “Vado subito a vedere”. Man mano che si avvicinava alla porta, cresceva in lui una sensazione di fastidio allo stomaco, bolliva come l’acqua in una pentola bolle man mano che raggiunge i 100 gradi.

Inserì la chiave, un sospiro, la girò, un sospiro, diede una live spinta..

Davanti a lui era tutto come al solito. Gli oggetti erano nella stessa posizione di prima che partisse, tutto era uguale. Accarezzò il muro, proprio dove i proiettili lo avevano rovinato, macchiato di sangue. Grazie al nuovo intonaco non era più visibile, ma ricordava benissimo il rumore degli spari, il sangue caldo e i corpi dei genitori stesi a terra. Doveva essere un semplice furto, ma i ladri, poco scaltri, pensavano non ci fosse nessuno in casa..

Quella casa doveva essere venduta, non faceva bene né a lui né alla sorella ricordare costantemente quel momento.

“Sara! Sono qui!” Urlò. Silenzio.

Il cuore martellava nel suo petto, voleva solo scappare. Al piano inferiore non c’era, dunque salì cauto le scale. Non fece alcun rumore, senza nemmeno saperne il motivo.

Si recò nella stanza da letto che era appartenuta ai suoi genitori. Dalle finestre entrava un fiotto di luce tipico delle giornate primaverili. Sentì il vento accarezzare dolcemente la sua pelle, ricordò quei giorni al molo con il padre.

Ma sua sorella non c’era, non era nemmeno lì. Era rimasto sull’uscio della porta, sbalordito. Era sicuro che sarebbe stata lì.

Era davvero preoccupato ora. Fece per girarsi e sua sorella era proprio dietro di lui. Il suo sguardo era cupo, serio. Il cuore batteva ancora più forte, tremava.

Ma, inaspettatamente, ricevette un sorriso e un abbraccio. Rimase immobile, ancora shockato. “Mi sei mancato”

JUAN CAMILLO LAMPUGNANI

Sara quella sera si rese conto che avrebbe dovuto fare lei stessa la vendita della casa, senza il fratello.

 Ma c’era qualcosa che dentro di sé che non gli andava, lei voleva che anche il fratello partecipasse alla vendita , una casa nella quale hanno vissuto per tanti anni, piena di ricordi, soprattutto il fratello che era qualche anno più grande di lei. Ma spesso le cose non vanno come sempre vogliamo, cosi, Sara, andò a dormire assieme a questo dispiacere del fratello e al ricordo del padre, si senti molto sola e amareggiata , cosi verso una lacrima dopo l’altra fino a che non cadde nel sonno profondo. Il giorno dopo, come al suo solito, dopo il suo thè del mattino fece la passeggiata con Monkie , il suo bastardino. Ah si, oggi è un nuovo giorno, e io scelgo l’amore e la bellezza, queste erano le sue solite dolci parole d’incoraggiamento di ogni giorno e come al solito le sussurrava durante la passeggiata con Monkie, il quale la confortava e non la faceva sentire mai da sola, era arrivato nella vita di Sara dopo che sua madre Luz e Marco, suo padre, avevano lasciato questa terra. Quella mattina, Sara, si sentiva particolarmente confortata e piena di vitalità ed era ormai alle porte la sua festa preferita sin da piccola, il natale.

 Si, lei amava il natale, amava tutte quelle luci che ricoprivano le case e gli alberi per strada, amava la neve che rendeva tutto più natalizio e fantastico, quasi magico, le sembrava che le persone fossero più gentili e amorevoli durante questo periodo e questo la rendeva più felice e più partecipe alla vita; Lei purtroppo si era appena lasciata con il suo fidanzato, l’aveva tradita con un’altra ma il natale per lei contava di più, questa festività riusciva ad alleviare quasi ogni dolore del cuore dandole cosi la forza di ripartire. La cosa che amava di più di questa festività era il calore che si creava, ogni famiglia era nella propria casa con i suo caminetto acceso e con il babbo natale che scendeva dal camino, ogni persona sul pianeta aveva la possibilità di avere un dono e di ricevere un sorriso e di regalare un sorriso, di riaverne uno di nuovo in cambio , il natale per Sara era l’unica cosa che contava di tutto l’anno, era la carica giusta per sopportare tutto il resto dell’anno. Questo natale voglio fare i regali ai bambini più bisognosi, si era detta appena tornata a casa. Sara era un’avocato e guadagnava abbastanza da potersi permettere certe cose e ogni anno lei donava regali ai bambini e famiglie povere, e si offriva per delle donazioni ai più bisognosi, questo la rendeva felice e le dava una grande soddisfazione e anche quest’anno voleva continuare con la sua tradizione.

Nel suo cuore aveva tanta carica e mancavano solo cinque giorni a natale, cosi si sedette al tavolo comincio a fare i conti. Comincio a fare una lista di che giocattoli comprare e quanti e in tanto Monkie la guardava, le stava accanto come una piccola guardia del corpo. Mentre faceva la lista che di getto di venne davvero lunga, dentro di sé qualcosa si mosse. Sentiva che qualcosa mancava; lei da sempre si era data da fare per i bambini e ogni volta era un piccolo sacrificio e un grande sforzo che pero proveniva dal cuore e per questo nulla le pesava ma quest’anno sentiva che qualcosa mancava. Sentiva che tutte le persone avevano qualcuno con cui stare in famiglia tranne lei, si sentiva sola; suo padre era morto per un cancro al polmone qualche anno prima , sua madre ancora prima per depressione, soffrendo di malinconia e suo fratello invece tornava casa soltanto dopo qualche mese passato in nave e quindi non festeggiava il natale con lei. Era sola e l’unico famigliare che la consolava e Monkie. Certo si sentiva sola ma lei aveva delle amiche con cui passava del tempo ogni tanto, Claudia e Jhovanna e contava su di loro per non stare del tutto sola ma quest’anno sentiva che c’era qualcosa di diverso ma non sapeva cosa.

Dopo il suo piccolo pranzo in solitudine coi  i suoi pensieri chiamo Claudia per poi raggiungere Jhovanna al suo lavoro, passarla a prendere e andare al solito bar per prendere un the tutte e tre insieme. Ehi Claudia ciao, ci vediamo al solito bar?, disse Sara. Certo Sara , tutto bene? Disse Jhovanna, ti sento un po agitata che succede? , niente, rispose Sara, poi te ne parlo. Allora ti raggiungo e poi passiamo a prendere Jhovanna ok ? ok, ripose Claudia. Allora a dopo, un bacio!. Sara usci, porto con sé Monkie e raggiunse Claudia al suo ristorante, quando arrivo la vidi che stava facendo gli ultimi cinque minuti lavoro, Claudia vide Sara e con un’occhiata le disse, aspetta qualche minuto che ho quasi finito, Sara con uno sguardo di conferma usci e aspetto fuori. Ok sorella finito, disse Claudia appena uscita dal ristorante, andiamo ?!. Partirono dal ristorante, assieme a Monkie, per andare da Jhovanna che stava finendo la sua ultima seduta, intanto durante il tragitto Claudia e Sara ne approfittarono per una chiacchierata. Arrivate vicino all’ufficio di Jhovanna la chiamarono al cellulare: ehi noi siamo qua giù tra quanto scendi? Disse Sara, arrivo mi sto preparando, prendo il cappotto e scendo. Appena scese Jhovanna, vide Monkie che scodinzolava con la lingua di fuori e schizzo di felicità andando ad accarezzarlo, salutando intanto poi Claudia e Sara. Allora andiamo al nostro solito bar “Storie”? disse Sara, si andiamo , rispose Jhovanna!

Ehi Sara è un po che non mi racconti qualcosa, come stai ora che purtroppo non stai più con Nicola ? perché non mi chiami e non mi racconti qualcosa? Disse Jhovanna, si ora vi racconto un po di roba, vi aggiornerò , ripose Sara. Una volta arrivate al bar si sedettero e cominciarono a spettegolare e a ridere sui loro capi, sul fatto che erano vecchi e buffi e poi Claudia raccontava del suo fidanzato che era sempre scortese con chi non conosceva, Jhovanna raccontava che era un po triste per la storia che il suo ultimo paziente le aveva raccontato e Sara che raccontava della sua solitudine passata con Monkie. Allora come passerai questo natale Sara ? vuoi venire con me e Jhon a casa dei miei? Disse Claudia. No vieni a pranzo con me e Stefano, ci saranno anche i miei cugini , magari ti faccio parlare con Armando dato che siete andati d’accordo l’ultima volta che vi siete visti! Disse Jhovanna. No ragazze vi ringrazio passerò il natale con Monkie e farà una telefonata a mio fratello. Jhovanna, essendo una psicologa, si accorse della tristezza che si stava portando dietro Sara da un pò e si promise che doveva fare qualcosa per aiutare la sua amica. Non sapeva come fare ma si ricordo che qualche giorno prima aveva visto in una piccola campagna sperduta una famiglia che stava abitando in una tenda e lei lo sapeva bene perché li vedeva ogni volta che andava al lavoro, ogni mattina. Jhovanna sapeva bene che Sara aveva un gran cuore, non a caso erano amiche, cosi disse a Sara: Sara ascolta c’è una piccola famiglia nella campagna vicino via Napoli che avrebbe bisogno di una mano, è una brava famiglia , io ci passo ogni volta e ogni volta li saluto, che dici li aiuteresti? Io e Claudia sappiamo bene che tu stai giù da un pò di tempo e che per te il natale è di importanza vitale e non vogliamo che lo passi da sola o senza una piccola soddisfazione, allora che dici se quest’anno aiuti loro? Disse Jhovanna guardando allo stesso tempo Claudia con uno sguardo di intesa. Va bene ragazze terrò conto della vostra proposta! Rispose Sara. Claudia e Jhovanna si accorsero che neanche la proposta appena fatta la tiro su, cosi per farla ridere le fecero il solletico e si raccontarono fattacci e gossip.

 Tutte e tre alla fine, comunque, erano felici di essere li e Sara riusciva a vedere con il suo sguardo interiore la bellezza di questo ritrovo fra amiche, solo adesso non si sentiva completamente sola! In quel momento Sara riusciva a vedere oltre, per la sua sensibilità e per questo solo lei aveva la capacita di prendersi cura di qualcun altro, come faceva con le persone bisognose, l’amore per l’umanità che lei provava da sempre le dava una grande soddisfazione e una profonda felicita anche se le dava un po di solitudine, ma anche lì, come quando era in casa, sentiva che qualcosa mancava ma tutt’ora non riusciva a capire cosa fosse! Cosi Sara, Claudia e Jhovanna dopo risate e bevute di birra, decisero di ritirarsi: Ehi prima di andare che dite se ci vediamo il 25 mattina dopo la notte della vigilia? Disse Sara prima di andare; a me sta bene , io pero devo andare a fare il pranzo con mia madre , pero va bene , disse Jhovanna , io sono libera , il 25 non lavoro quindi possiamo vederci, disse infine Claudia . Allora è fatta ci vediamo a natale , riconfermò Sara! Bhe ragazze ciao, disse Sara , ciao Saretta  e chiamami per le novità che voglio sapere, disse Jhovanna, si amica mia , rispose Sara, ehi Claudia e tu chiamami quando arrivi a casa , disse Jhovanna, certo Claudia come al solito , lo sai. Infine Claudia e Jhovanna salutarono Monkie con una carezza e poi presero il camino per andare, si salutarono e dopo Sara tutta contenta della sua uscita con le sue amiche anche lei prese il cammino per andare a casa, ceno e andò dritta al letto.

Il mattino seguente Sara si sveglio tutta contenta ancora per la sera prima passata con le sue amiche e si ricordo della proposta fatta da Jhovanna, della famiglia che vive una piccola tenda in via Napoli e decise che avrebbe fatto qualcosa in proposito, solo che sentendosi un pò sola purtroppo non aveva il coraggio di muoversi, sentiva che le mancava un sostegno. Cosi, dato che era in ferie e che tra poco era natale, decise di prendersela comoda passeggiando con Monkie in luoghi mai esplorati , per rifletterci su, ricaricare le batterie e in seguito di ripartire con il buon proposito. Usci di casa con Monkie, si mise i guanti un cappello di pelliccia finta, perche non avrebbe mai preso al  negozio un cappello di pellicia vera , si sarebbe sentita male con se stessa , e parti all’avventura. Facendosi guidare dal proprio cuore andò sempre dritto senza voltarsi indietro e stranamente Monkie era piu contento degli altri giorni e dopo un lungo tempo, vicino la piazza, un ragazzino dalla maglia un pò strappata assieme ai pantaloni sgualciti e con un solo calzino e scarpe rotte si avvicinò a Sara e con tanta grazia e gentilezza disse:
Salve gentile signora avrebbe qualche centesimo per me e la mia famiglia per favore? Disse il ragazzino. Sara presa dall’onesta d’animo e dai modi cosi gentili di quel ragazzino e da come era vestito, rispose subito è disse, certo come ti chiami ragazzo ? Mi chiamo Edison, rispose il ragazzino! In quel momento Monkie abbaio ma era un abbaio felice perché il cane dentro di sé sentiva che l’onesta di Edison era profonda e vera. Che dici se ti offro una cioccolata calda ti va ? disse Sara con tanto entusiasmo. La ringrazio signora ma purtroppo devo tornare a casa con qualcosa se no la mia famiglia non può mangiare. Sara si rese conto che quel ragazzino aveva un gran cuore e si senti rispecchiata, cosi gli disse: senti ragazzo facciamo un patto, se ti fai offrire una cioccolata calda, ti darò tutti i soldi che vuoi e potrai poi portare i soldi alla tua famiglia, cosi potrete mangiare. Il ragazzino senza pensarci due volte accetto ed entrambi, assieme a Monkie, andarono al bar di fronte. Ormai erano quasi seduti e pronti a ordinare e Sara fece ordinare due bicchieri di cioccolata calda e Edison preso dalla curiosità di quel gesto, prese coraggio e disse: signora ma lei come si chiama, come mai mi sta offrendo una cioccolata calda, quasi tutti mi evitano perché sono povero e sporco, perché invece lei no ?
Sara ascoltando il ragazzo si rese conto che la sua scelta non è stato uno sbaglio ma al contrario, qualcosa di speciale : Edison, io mi chiamo Sara e proprio come te ho un grande cuore per le persone a cui voglio bene e non e sento che dentro di te c’è qualcosa di molto più in la che non so spiegarmi, come il cuore, a volte non sai perché ti batte forte ma ti batte Edison non sapeva che dire, era la prima volta che una persona gli riferiva parole simili e tanto gentili e subito dopo disse : grazie signora ma perché tanta premura e un gesto simile, lei non mi conosce ! Edison, vedi, io ho la capacita di percepire se una persona dentro di se ha amore o pure no, proprio come te, e le tue parole appena ci siamo incontrati mi hanno fatto subito capire che tu ne avevi , e ne hai tanto ; non ho mai visto un ragazzino con un cuore più grande di lui stesso; sento che hai la capacita di sacrificarti per gli altri perché dentro di te hai un gran cuore mi sbaglio ?!
Edison non capendo bene il significato di quelle parole dentro si senti capito per la prima volta e non sapeva quindi se piangere o sorridere o che dire, cosi non disse niente e annuì. Allora Edison dove abiti?! Edison dalla vergogna di dire che abitava in una tenda disse solo, abito nella campagna vicino via Napoli! e cosa vorresti essere da grande?, disse Sara, io da grande avrei voluto essere un’astronauta e andare sulla luna, rispose Edison!
Vorrei essere un uomo importante, entrare nella storia degli astronauti e viaggiare tanto! Disse ancora Edison. Per un momento era il ragazzino piu felice sul pianeta ma subito dopo divenne triste e disse:…ma vede signora non potrò mai raggiungere nulla di tutto questo se nemmeno ho i sodi per mangiare, non ha visto? Io sono povero, non ho niente con me, se non tutta la mia forza di volontà per aiutare mamma e papa ! Sara si commosse davanti al quel ragazzino, prese una decisione con se stessa in meno di due secondi e parlo: Edison, io sono Sara e sono un avvocato, questo vuol dire che il mio lavoro mi restituisce abbastanza da poter dare qualcosa a chi invece ha poco e quindi ho deciso che ti aiuterò io e aiuterò i tuoi genitori, a patto che tu aiuti me , ci stai ?

 Il ragazzino perplesso di questa offerta era indeciso, da una parte non sapeva se fidarsi o meno , tra l’altro suo padre gli aveva sempre detto non fidarti degli sconosciuti e poi lui doveva tornare in tempo casa e non poteva lasciare in pensiero i suoi genitori, ma d’altra parte invece si era sentito capito per la prima volta, le ricordavano le parole della mamma, la signorina molto carina le sembrava  molto gentile e tra l’altro quella cioccolata era davvero buona e in tutto questo avrebbe anche aiutato i suoi genitori . Cosi decise di dare retta al suo cuore , di correre un rischio e di vivere un’avventura assieme a Sara e quindi rispose: si signorina Sara l’aiuterò ma cosa dovrò fare per lei? Sara presa anche lei dall’entusiasmo ordino per entrambi una doppia porzione di cioccolata con in più qualche cornetto alla crema. Edison, ascolta, come ti ho già detto, io sono un avvocato e nel mio lavoro aiuto le persone e ogni anno, alla fine dell’anno, decido di aiutare le persone , donando dei soldi o impacchettando dei giocattoli per donarli ai bambini che non se li possono permettere o anche dare una mano alla mensa dei poveri, ora, questo natale ho deciso di fare tutte e tre le cose e abbiamo solo tre giorni per fare tutto e cercheremo di finire in tempo per la vigilia e tu Edison caro mi aiuterai a fare tutto questo. Disse Sara! ti spiego il tragitto, oggi andiamo a dare una mano alla mensa dei poveri, domani impacchettiamo regali e li andremo a dare ai bambini per strada che sono tristi e dopo domani e infine andremmo in banca e lasceremo dei soldi alle organizzazioni per le donazioni. Ma prima di tutto questo dobbiamo pensare a te ! disse Sara tutta contenta come se stesse parlando a un suo figlio!
Come a me , per me potremmo già cominciare, sono pronto, disse Edison, no,  disse Sara , non sei ancora pronto,  prima di tutto dovremmo comprare dei vestiti nuovi per te e ti dovrai fare una doccia, il ragazzino era commosso, non aveva mai visto una persona cosi gentile, cosi premurosa , cosi cordiale , cosi bella ; non sapeva che dire , nella sua testolina si diceva : ma chi è questa donna , perché fa tutto questo per me, io non sono nessuno!.

Signorina Sara, io pero ho un problema , ho i miei genitori che mi stanno aspettando a casa e non li posso abbandonare solo per andare con lei , anche se mi piacerebbe molto!, disse Edison.
Allora andiamo dai tuoi genitori , chiediamo il permesso e se diranno di si cominceremo la nostra avventura! Il ragazzino preso dalla gioia , dall’iniziativa di questa donna , dal sorriso e da tutti quei sentimenti che gli aveva fatto provare prima e tutti provati per la prima volta , si alzo , poso la tazza di cioccolato sul tavolo, e abbracciò Sara. Era un abbraccio caloroso, sincero e allo stesso tempo pieno d’amore e Sara lo sentiva. Sara stava per piangere , per un momento aveva sentito quella sensazione che gli mancava mentre era con le sue amiche al bar e mentre la mattina precedente faceva la lista dei suoi propositi, era quella la sensazione che stava cercando e allora in quel momento verso una piccola lacrima. Edison intanto senti un’emozione nuova, un calore diverso e un profumo nuovo, anche lui era contento e comincio a piangere Entrambi si completavano, entrambi sapevano che i loro posto era proprio lì , in quel momento, un momento che sarà ricordato per sempre.

Entrambi si ripresero da quel momento cosi intenso e Sara disse: allora Edison, andiamo dai tuoi genitori ? disse Sara, uhmmmm…., fece il ragazzino , egli aveva paura di mostrare la sua vera casa a Sara, si vergognava, non aveva il coraggio di mostrargliela, non l’aveva mostrata mai a nessuno, nemmeno ad un amico anche perché lui di amici non ne aveva avuti, era solo, proprio perché era povero e aveva altre priorità più importanti che altri della sua età non avevano, come aiutare i suoi genitori. Sara si accorse dello sguardo di Edison e di cosa aveva scatenato in lui e cosi disse: Edison, disse Sara, non preoccuparti, di me puoi fidarti, io sono qui per aiutarti e non ti giudicherò. Il ragazzino si prese coraggio e disse , va bene signorina Sara allora andiamo, e di lì , in piazzetta, andarono in via Napoli.

Dopo mezz’ora di camminata il ragazzo fece a Sara , signorina Sara la  prego non mi giudichi, io mi vergogno e ho paura che lei veda dove vivo veramente , Sara si rese conto che il ragazzino nascondeva una grande sofferenza dentro di sé e che quindi soffriva già nel farle vedere casa sua, Sara davanti a quell’atteggiamento puro e umano , disse a Edison: Edison non preoccuparti , d’ora in poi tu potrai contare sempre su di me e insieme affronteremo questa paura d’accordo? E poi c’è anche Monkie con noi e anche lui ti sosterrà. Il ragazzino si prese coraggio e arrivati lì disse : eccola signorina Sara , è questa casa mia , Sara vide una tenda nera con accanto un cucinino e dei vestiti che uscivano fuori dalla tenda. Sara si rese conto in quel momento che era la tenda della famiglia di cui le aveva parlato Jhovanna, si impietosi, all’improvviso divenne triste , si rese conto che la vera povertà e tristezza era davanti ai suoi occhi ma si rese conto anche di un’altra cosa : come mai un ragazzino dell’età di Camilo è così?, forte, gentile, determinato, amorevole verso il suo prossimo e coraggioso, nonostante abiti in una grande povertà? Lì in quel momento si rese conto della forza d’animo di Edison e senti il bisogno di sostenerlo ancora di più. Guardò Camilo, poteva essere normale e dirli “ahh è qui che vivi, carina” e invece no, perché non era nemmeno coerente con i suoi sentimenti e non voleva farlo stare male, bensì voleva sostenerlo, essere sincera e coerente, perché fin dal loro primo incontro il ragazzino aveva mostrato una grande umanità, coraggio e nobiltà, carattere, per cui gli disse,: Edison lo sai che mi piace un sacco la tua casa, se vuoi quando finiamo la nostra piccola missione la possiamo rendere più bella, che dici? . Edison si senti più felice che mai , si rese conto che Sara era la persona più genuina e vera che avesse mai visto nella sua vita e si sentiva più che bene con lei. Grazie signorina Sara, disse Edison, lo sa? Io da grande voglio rendere questa tenda una tenda illuminata, piena di luci e tanto colorata. si rese conto che quel ragazzino aveva da insegnarle qualcosa, qualcosa che andava oltre la sua percezione , qualcosa che neanche lei riusciva a comprendere e cosi gli disse: Camilo sei un ometto coraggioso, bravo , non ti arrendere mai. Edison subito ripose: certo signorina Sara , mio padre mi ha insegnato a non arrendermi mai e ad essere sempre gentile. Sara dentro di sé si commosse.

Allora signorina Sara venga , le presento i miei, si avvicinarono alla tenda e di lì usci prima un uomo, barbuto, con un abito scucito e sporco e piuttosto alto.  poi usci una donna , dai capelli ricci e mossi e con una semplice camicetta, Sara penso in quel momento che se quella donna fosse ripulita sarebbe stata una bella donna; Sara non sapeva che dire davanti a tutto questo per cui Edison, con tanta energia e allegria che aveva sempre mostrato fin dall’inizio, prese il comando e fece le presentazioni. …Ehi mamma, papa questa è la signorina Sara è la mia nuova amica e il suo cagnolino Monkie, per un momento guardo felicemente Sara e Sara gli ripose con un sorriso , salve io sono Marco il padre di Camilo e io sono Luz , sua madre , salve io sono Sara e lui e Monkie, disse Sara. Monkie abbaio per presentarsi e fece uscire una piccola risata a tutti. Vostro figlio è davvero un figlio meraviglioso congratulazioni l’avete cresciuto molto bene, disse Sara. Io e lui ci siamo incontrati in piazzetta e ci siamo presi una cioccolata calda e siamo stati benissimo , disse ancora. Noi siamo un po’ sconcertati Sara, è la pima volta che Edison porta qualcuno qui, purtroppo ci trovi impreparati, se lo avessimo saputo avremmo reso tutto più accogliente, disse Luz, non si preoccupi signora Luz, le cose all’ultimo momento sono le migliori, affermo con entusiasmo Sara. Luz si rese conto che dentro quella ragazza si nascondeva una grande persona e improvvisamente si rilasso, istintivamente sapeva che poteva fidarsi e si lascio andare. Intanto il padre di Edison guardava tutto e poi disse, allora Sara dicci tutto, che fai nella vita e come mai conosci Edison?

 …Io e Edison ci siamo incontrati in piazzetta perché mi aveva chiesto qualche monetina, Luz fece una faccia un pò imbarazzata e Sara se ne accorse cosi subito disse: non si preoccupi signora Luz, Edison mi ha raccontato tutto e gli ho promesso che l’avrei aiutato a lui e a voi, Camilo pero non gli aveva detto questo, si gli aveva detto che avrebbe aiutato lui ma non che avrebbe aiutato i suoi, e li si rese conto di quanto amore ci fosse dentro Sara, cosi Edison fece un grande sorriso; io sono un avvocato e ho deciso di aiutare vostro figlio. Luz e Marco rimasero un pò sbalorditi e ringraziarono tanto da parte di Edison. Allora, comincio Sara, so che Edison sarebbe dovuto essere in piazzetta a raccogliere qualche soldino per mangiare ma poi ha incontrato me e abbiamo deciso insieme di vivere insieme una piccola avventura. I genitori di Edison rimasero un pò spiazzati, una piccola avventura ? si chiese Luz , ma poi Sara continuo , si signora Luz. Edison aiuterà me ad aiutare le persone più bisognose a vivere un natale più caldo e sereno ,e io aiuterò Camilo, gli faro provare nuove cose e gli comprerò le cose che ha sempre desiderato avere e siamo qui a chiedere il vostro permesso. Luz e Marco si guardarono e insieme, con uno sguardo di felicita e approvazione, guardarono Sara e insieme dissero : va bene Sara hai il nostro permesso, disse Luz, e tu Edison vedi di comportati bene disse ancora la mamma di Edison, certo mamma come sempre. Siate fieri di vostro figlio, è la persona piu gentile, nobile , cordiale e sincera che abbia mai visto, sono in buone mai, disse Sara, lui è il mio protettore. Cosi, insieme, Sara e Edison, salutarono Luz e Marco e andarono via.

Dopo un po che andarono via Sara disse a Edison, hai dei genitori veramente splendidi, ora so da chi hai preso, mi raccomando preditene sempre cura , Edison subito disse, si signorina Sara lo farò , l’ho sempre fatto, Sara disse poi , lo so, me lo hai dimostrato con i tuoi modi. Edison disse poi , signorina Sara dove stiamo andando adesso? Allora per prima cosa andiamo a comprarti dei vestiti per te , voglio che ti compri le cose che più desideri capito? Dopo andiamo a casa mia e ti farai una doccia calda calda , mangerai con me un buon pasto, anche perché non abbiamo ancora pranzato, ti laverai i denti e poi cominceremo la nostra avventura. Edison non sapeva che dire e disse solo: grazie signorina, grazie mille per tutto quanto. Sara gli sorrise, e assieme a Monkie, andarono tutti e tre felici verso il centro per fare compere. Arrivati in centro, Sara disse a Edison: Edison voglio che compri tutto quello che hai sempre desiderato capito ? ma signorina a me basta poco, io non chiedo molto, disse Edison. Si e mi piace tanto quello che dici ma voglio che ti compri tutto quello che vuoi, non baderemo a spese, disse Sara. Ok, rispose felicemente Edison con un grande sorriso, la ringrazio molto , vedrò di non approfittarne, disse ancora.

Cosi iniziarono le loro compre, Edison si compro dei pantaloni nuovi, ne compro almeno sei, delle scarpe, e lui desiderava tanto delle Nike , dei calzini, delle magliette colorate e intanto ridevano tra una prova e l’altra dentro i negozi. Comprarono più del necessario e Camilo, che per primo aveva detto di non approfittarne fece tutto il contrario, ma lui non se ne rese conto perché era troppo felice perché per la prima volta ebbe tutto quello che non aveva avuto per tutta la vita e intanto Monkie si faceva sempre più notare ad ogni negozio che entravano e Camilo e Sara ogni volta ridevano. Oltre ad acquisti di indumenti comprarono gelati e ne mangiarono uno dietro l’altro e non solo, ogni momento di pausa era una scusa per una cioccolata calda e quel pomeriggio ne bevettero a non finire. Avevano preso quasi tutto, anche lo spazzolino e improvvisamente entrarono in un negozio di orologi:

Signorina Sara perché siamo qui ? lei ha bisogno di un orologio ? disse Edison, te lo dico tra poco, ripose Sara. Edison qual è il tuo colore preferito, disse Sara , il blu signorina, perché ?, rispose Camilo. Ora te lo dico, disse Sara. Mi scusi, disse Sara all’orologiaio , mi dia quello con il cinturino blu , quanto costa ? , disse Sara, costa ottanta euro ma per lei signorina vale cinquanta, disse l’orologiaio; grazie signore, molto gentile, disse Sara. Sara subito dopo prese l’orologio, andò da Edison, che in tanto era andato a vedere altri orologi in giro per il negozio e disse. Edison  questo è per te, è il mio regalo di natale, non lo perdere mi raccomando e sono riuscita anche a prendertelo blu. Edison era cosi emozionato che cadde per terra e si mise a piangere dall’emozione, era in preda all’emozione e non riusciva a parlare , poi disse, grazie signorina Sara, è il regalo più bello che mi abbiano mai fatto, si alzo in piedi e abbraccio con allegria Sara. Anche lì, come l’ultimo abbraccio, stavano vivendo un altro momento loro, un altro di quei momenti che sarebbero rimasti nella storia della loro storia. Era un momento magico, cosi magico che tutti coloro che erano in quel negozio rimasero a bocca aperta perché tutti riconobbero quell’abbraccio, era un abbraccio d’amore, un abbraccio che tutti avevano provato con altre persone ma che avevano dimenticato. Sara e Edison si alzarono, Monkie fece un abbaio, uscirono dal negozio e ripartirono all’avventura. Entrambi stavano provando nuove emozioni e sensazioni, si sentiva nell’aria e il natale rendeva tutto più speciale, in centro, in mezzo a quella folla di gente , Sara e Edison, erano le uniche anime che in quel momento stavano vivendo e coloro che camminavano gli accanto, se ne accorgevano. Erano ormai le sette di sera ed era ormai arrivato il momento della loro prima missione: allora Edison siamo quasi arrivati alla fine delle compere e stiamo per iniziare la nostra prima missione, sei pronto ? disse Sara, certo signorina Sara sono pronto, rispose Edison . Allora adiamo in macchina lasciamo le buste e andiamo  subito alla mensa che hanno bisogno del nostro aiuto.

Arrivati alla mensa dei poveri, Lucia un’amica di Sara disse : Saraaaa ma che piacere rivederti , e  ci sei anche quest’anno !! ma certo lucia lo sai che ci sono , sempre , rispose Sara tutta contenta di rivedere la sua amica. E vedo che hai portato con te un amichetto, disse Lucia, già, te ne sei accorta, ti presento Edison, l’ho conosciuto oggi , desse Sara tutta fiera; ciao Piacere Sono Lucia, un amica di Sara , io sono Edison, molto piacere di conoscerla, disse Edison. Ahhh vedo che è anche un gentil uomo, disse Lucia , siii, e non hai visto ancora niente Lucia, disse Sara. L’intesa tra le due amiche mise in imbarazzo Edison, tanto che divenne tutto rosso, Lucia e Sara vedendolo si misero a ridere e in tutto ciò anche Monkie volle partecipare all’allegria del gruppo e inizio a fare un grande casino con il suo abbaio.

Allora Lucia ci sono posti per due lavoratori volenterosi come noi ? chiese Sara, ma certo che ci sono, allora ho bisogno di un aiuto cuoco e di un’altra persona che aiuti ogni persona per ogni piccolo bisogno, Sara tu farai l’aiuto cuoco, Monkie rimarrà fuori a fare la guardia e tu Monkie aiuterai tutte le persone ad ogni richiesta d’aiuto ok? Ma certo signorina Lucia , ripose con entusiasmo Edison , ok Lucia anch’io sono pronta rispose anche Sara. Allora al lavoro signori e buon lavoro a tutti.  Edison e Sara lavorarono energicamente e sudarono tanto, ogni tanto capitava che si incrociassero e ogni tanto andavano fuori a salutare Monkie. A Edison capitò di fare amicizia con qualcuno e li capitò di farsi sfuggire anche una piccola chiacchiera e Sara, che ormai veniva tutti gli anni a fine anno, si diverti molto, anche con qualcuno che già conosceva da tempo e che veniva tutti gli anni. Alla fine della serata Edison e Sara si ritrovarono fuori assieme a Monkie e si guardarono intensamente e si raccontarono tutto quello che a loro capitò nel frattempo che la struttura chiudeva. Entrambi erano contenti del lavoro che avevano appena svolto e sentivano che avevano fatto il loro dovere nei confronti della comunità, anche quello diventò un momento importante, un altro di quei momenti da aggiungere ai loro ricordi più intimi e preziosi dal loro primo incontro. Infine prima di finire la giornata, presero la macchina e andarono in un ristorante. Mangiarono un buon pasto, e Sara guardo Edison che mangiava come se non avesse mai visto del buon cibo su un piatto pulito, e inffetti era cosi , ma in quel momento Sara si senti appagata, sentiva che era sulla giusta strada e che stava facendo qualcosa di grande e di bello per qualcuno e Edison le dava quella soddifazione. …Bene Edison, erano ormai in macchina pronti a partire per tornare a casa, grazie di avermi aiutato, ne avevo proprio bisogno, disse Sara, no grazie a lei signorina Sara , ho trascorso una bellissima giornata con lei , la ringrazio di tutto ciò che mi ha regalato, le prometto che mi prenderò cura di tutto ciò che mi ha donato , grazie , e grazie ancora per la pasta al pesto che mi ha fatto mangiare, era davvero molto buona, grazie grazie grazie Signorina Sara,  disse Edison. Entrambi ancora una volta si guardarono e spontaneamente si abbracciarono e subito tornarono a casa.

Arrivati a casa di Edison, Sara disse gli disse, Edison mi raccomando ora vai a dormire, cerca di riposare che domattina arrivo presto che proseguiamo con la nostra avventura ok? Ok signorina Sara , sarò pronto e indosserò i vestiti che lei mi ha regalato e cercherò di fami bello solo per lei, disse Camilo. Cosi mi fai arrossire Edison, rispose Sara e in quel momento risero ancora. Allora Edison a domani , disse Sara, a domani signorina Sara e buona notte, faccia dei bei sogni , ripose Camilo , buona notte a te Camilo e fai bei sogni anche tu. Si diedero un ultimo ma non ultimo grande abbraccio prima di andare al letto e Camilo saluto Monkie che fece il suo ultimo abbaio della serata.. Di lì Camilo andò nella sua piccola tenda e Sara tornò a casa.

Sara ormai era gia a casa e stava ripensando all’avventura che stava vivendo ed era cosi contenta che quella sera mando un messaggio a suo fratello che era ancora in nave, scrisse una lettera di diario a suo padre, dove scrisse di Edison, e andò a dormire con bellissimi pensieri. Il girono dopo alle nove Monkie corre a svegliare Sara e comincio a leccarla tutta,  Sara si svegliò e di colpo si alzo, cavolo è tardi Monkie abbiamo dormito troppo, si disse, e subito in risposta Monkie abbaio. Si docciò, si lavò i denti, prese Monkie e parti in quarta. Era quasi arrivata a casa di Edison e appena giro l’angolo di via Napoli lo vide subito in piedi come un soldatino, lo vide sorridente e pronto a partire e con i vestiti nuovi comprati il giorno prima. Appena arrivò Sara, Edison le andò incontro e cominciò: buongiorno signorina Sara, come si sente sta mattina ? e c’è anche Monkie, ciao Monkie. Edison era il bambino più felice che Sara avessi visto, sto bene Edison e tu ? vedo che ti sei messo i vestiti che abbiamo comprato ieri, bravo! rispose Sara! Si signorina, mi piacciono molto, non potevo farne a meno  e guardi ho anche l’orologio che mi ha regalato, disse Edison. Bravo non perderlo, e i tuoi genitori? Disse Sara, non lo so signorina, sta mattina quando mi sono svegliato non c’erano, normalmente mio padre va via e mia madre rimane qui ma sta volta non c’erano proprio entrambi, disse dubbioso Edison, …uhhmmm, hai fatto colazione?, disse Sara un po preoccupata , no signorina , non ancora , purtroppo non ho soldi per mangiare , rispose tristemente Edison. Va bene “Edi” Allora andiamo in centro a berci una cioccolata calda, ti sei lavato i denti ? disse Sara nuovamente come se stesse parlando a un figlio , certo signorina, ho fatto tutto , ripose Edison felicemente, d’accordo allora andiamo e continuiamo la nostra avventura e divertiamoci molto, infine disse Sara. Mentre erano in viaggio cominciarono a parlare senza sosta, entrambi erano felici di rivedersi e Monkie come al suo solito abbaiava dalla felicità, come hai dormito sta notte Edison, sai che oggi Monkie è felice di vederti ? disse per caso Sara , bene signorina a parte il fatto che ho fatto un brutto sogno, rispose Edison e comunque anch’io sono felice di vedere Monkie . Sara noto che la felicita di Monkie nel rivederlo non gli bastava cosi chiese: E che hai sognato posso chiedertelo? chiese preoccupata Sara , ho sognato che mi svegliavo senza nessuno accanto e subito dopo cadevo nel vuoto. Sara non sapeva che dirgli e senza pensarci si lascio guidare dal cuore e gli disse: Edison mia nonna diceva sempre, più brutto è il sogno e più forte stai diventando , significa che se hai fatto un brutto sogno allora eri diventato abbastanza forte da sentire e vedere quel sogno, disse Sara, dovresti essere fiero di te stesso, stai andando bene, continuo a spiegarli Sara. Grazie signorina Sara ma io ho avuto lo stesso paura…Sara si rese conto che quello che aveva detto non era abbastanza e che doveva fare di più, cosi fermo la macchina al lato della strada, usci dalla macchina andò dalla parte del passeggero, dalla parte di Edison, apri la porta e si chino. Edison tu sei un ometto fortissimo e a te niente ti ferma, purtroppo hai avuto la sfortuna di nascere povero ma questo non ti ha buttato giù e sei rimasto sempre leale, sincero e onesto, io mi sento protetta quando ci sei tu e ricordati quando sai di aver paura accettala e dopo fai un bel sorriso, disse infine Sara. Edison, sentendo le parole incoraggianti della la unica e grande amica le diede un abbraccio, lei ricambio ed entrambi ritornarono felici. Ricominciarono la loro avventura, e insieme a Monkie andarono al centro commerciale. Edison oggi dobbiamo comprare piccoli regali da regalare ai bambini più poveri, una volta acquistati andremmo in giro, io e te, per le strade e li doneremo ad ogni bambino bisognoso, disse Sara, io sono pronto signorina Sara, bene cosi ti voglio, gli disse Sara.

 Entrambi cominciarono a comprare piccoli oggetti e Monkie, assieme a loro, con la sua piccolezza e con il suo abbaglio faceva strada a Sara ed Edison in mezzo a tanta folla. Cominciarono a comprare tutto quello che potevano permettersi , andavano da un corridoio all’altro, da uno scaffale all’altro, da un negozio all’altro e tutta quella gente affollata faceva sentire a Edison una sensazione di benessere, si sentiva parte di qualcosa finalmente, in quel momento si sentiova ricco, perche quando era povero non si sentiva parte di qualcosa. Dopo una lunga mattinata andarono a pranzo, misero le buste in macchina e tutti e tre partirono ma questa volta andarono a casa di Sara a mangiare. …Edison, disse Sara, oggi ti porto a casa mia a mangiare, stiamo un pò a casa mia e poi usciamo a dare nostri regali ma prima passiamo dai tuoi e gli avvisiamo; Edison un pò emozionato e imbarazzato disse ma signorina io non ho fatto ancora una doccia, mi vergono a venire a casa cosi, non ti preoccupare, oggi voglio che fai la doccia a casa mia, Edison fece un sorriso e poi disse grazie. Andarono dai genitori di Edison ma purtroppo non trovarono nessuno e cosi andarono dritti a casa di Sara.

Ecco casa mia, Edison guardo questa casa, una casa ben arredata, piena di quadri appesi, un camino enorme quando la sua tenda-casa, una tv a ottata pollici, lui che non aveva mai visto una tv in vita su, un divano enorme che sembrava essere comodissimo, una cucina ben arredata, insomma c’erano cose mai viste e viste per la prima volta per Edison. Monkie come al suo solito abbaio e andò dritto dritto nella sua cuccia e si appisolò. Signorina Sara congratulazioni casa sua è bellissima affermò Edison, ti ringrazio Edison ma ora corri in doccia che dobbiamo mangiare che è tardi, e dov’è la doccia? infondo al corridoio prima porta a sinistra, Edison arrivò al bagno di cors, d’accordo arrivo subito , disse poi Edison.

Per Camilo era la prima volta che si faceva la doccia in una vera doccia , soprattutto moderna, stava quasi per piangere, gli sembrava di essere in paradiso. Finita la doccia si asciugo , si vesti, si modellò i capelli come aveva sempre voluto e corse subito a tavola. Eccomi signorina Sara, vide davanti al lui una tavola imbandita mai vista, c’era una tovaglia rossa che richiamava il natale, c’erano due piatti con pasta al sugo e il formaggio accanto, una bottiglia d’acqua, una Cocacola, due calici e una bottiglia di vino. Edison verso una lacrima, era veramente troppo per lui,  e Sara se ne accorse, cosi Sara gli disse : Edison non dire niente e goditi tutto quello che hai davanti e se non lo fai mi arrabbio e a te non compro nessun regalo. Camilo capi in quel momento di tutto l’amore che gli stava dando Sara, smise di piangere e subito dopo sorrise. Si sedettero a tavola e in men che non si dica finirono il loro pranzo…allora Edison ti è piaciuta la pasta, chiese Sara, ma certo signorina Sara, era buonissima , sinceramente ne vorrei un altro piatto ma non la voglio scomodare. Tranquillo Camilo non mi scomodi, guarda , siccome pensavo che dopo ne volessi un altro po ne ho preparato dell’altra, contento?, disse Sara, certo signorina grazie , rispose Edison, e ne prese un altro piatto. E smettila di darmi del lei , ormai mi conosci , dammi del tu, Edison annuì e fece un sorriso di conferma. Subito dopo il pranzo si riposarono guardando un pò di tv assieme a Monkie, Sara noto che Edison non voleva staccarsi dalla tv, notò anche che proprio in quel momento sembrava essere il bambino più felice del mondo e le ne fu contenta perché grazie a lei, lui lo era. Erano ormai le sei e Sara di colpo si alzo spaventando Monkie e Edison e disse: Forza ragazzi abbiamo una missione da finire, Edison ammirò quella determinatezza e la segui, presero i cappotti, il guinzaglio per Monkie e tutti e tre uscirono. Erano tutti e tre carichi , pieni vi vita come se avessero appena fatto una vacanza di un mese e adesso stessero riprendendo il loro lavoro, solo che il loro lavoro non era un lavoro , ma una missione dettata dal cuore.

Allora “Edi” adesso andiamo con la macchina sul corso principale, parcheggiamo la macchina e dopo incominciamo a dare i nostri regali, disse Sara, rrivarono su corso vittorio Emanuele, uscirono e presero i regali. Edison, adesso andiamo insieme per le strade e ad ogni bambino che troviamo che non ha niente li diamo un regalo, e stammi attaccato perché qui c’è molta gente e se non stiamo attenti rischiamo di perderci e di perdere Monkie, continuo infine sara, ed Edison, tutto carico ripose, ma certo sono pronto, e tutti e tre insieme partirono per la loro seconda avventura.

Era una bellissima serata, loro erano felici di dare regali a persone più bisognose di loro, entrambi si divertivano, facevano amicizia con coloro che incontravano e ridevano; ad ogni pausa c’era una cioccolata calda e un gelato e in tanto la neve cadeva e cadeva e loro camminavano tra una strada e l’altra e le luci brillavano attorno a gli alberi. Sara quella sera era particolarmente ancora più felice perché sentiva che non gli mancava niente, era tutto li tra le sue mani, non si spiegava come mai la felicita fosse tutta lì.

Alla fine della serata si abbracciarono per ritrovarsi tra loro, avevano appena avuto contatto con altre persone sconosciute e il loro l’avevano perso e perciò si diedero un secondo abbraccio anche un bacio e come al solito Monkie abbaio ma questa volta, data la sua felicita, fece anche un salto. Tutti e tre erano felici tutti e tre tornarono in macchina e corsero a casa. Arrivati a casa, Edison, nella sua tenda non vedeva nessuno, “Edi” allora che succede tutto bene? Chiese Sara, si signorina Sara solo che non c’è nessuno , rispose Edison. Allora scendiamo insieme e andiamo a vedere, disse Sara, cosi prese l’iniziativa, andò verso la tenda e Edison la segui. Quando arrivarono alla tenda non videro nessuno, allora Sara disse a Edison: ascolta, che dici se vieni a dormire da me? Edison tutto preoccupato disse, non lo so signorina io sono preoccupato per i miei genitori, esclamo, vedrai che stanno bene tranquillo, disse Sara , e poi non mi va di lasciarti qui da solo nella tenda, soffrirai di freddo, lasciamo un bigliettino dove dici che dormi da me e poi domattina torniamo subito, concluse Sara. Edison continuo ad essere preoccupato ma ascolto ciò che gli disse Sara, che andava tutto bene e che poteva stare tranquillo, cosi decise di dire di si.

 Insieme tonarono in macchina e andarono dritti a casa di Sara e questa volta non si sa perché ma Monkie non abbaio, neanche una volta, anzi tornato a casa andò dritto nella sua cuccia e dormi. Sara si accorse di Monkie e del suo comportamento, la sua padrona era sempre bene attenta a ciò che accadeva al suo piccolo eroe ma questa volta non riuscì a decifrare il suo comportamento. Sara vide anche che Edison era ancora preoccupato e un pò triste e allora decise che dopo gli avrebbe fatto una cioccolata calda per rincuorarlo. Allora “Edi” fai come se fossi a casa tua, quella li sarà la tua stanza , quella che sta infondo al corridoio a sinistra, di fronte al bagno; Edison ringrazio e andò nella sua stanza a vederla , era curioso, non aveva mai visto una stanza tutta per se; era felice, la gentilezza di Sara e quella stanza riuscirono a strapparli un sorriso e senti che quella casa lo faceva sentire come quando stava con i suoi genitori, a casa. Entrambi si ritrovarono i cucina e Edison fu contento che Sara gli stesse facendo una cioccolata calda senza avvertirlo, in tanto Monkie si era ormai abituato alla presenza di Edison e ogni tanto andava da lui a farsi dare una carezza. Quella sera erano tutti e tre al caldo, la casa era accogliente per Edison, il camino era acceso e  fuori cadeva la neve, si sentiva proprio che c’era un aria natalizia e loro erano completamente a loro agio. Giocarono a carte, bevvero più di una cioccolata calda , videro alla tv Mamma ho perso l’aereo e risero, risero fino a stancarsi. Quella notte andarono a dormire con i loro cuori pieni d’amore e sorrisi, Edison era contento di dormire in un vero letto, e sempre per la prima volta, con delle vere coperte, in una stanza tutta sua, e Sara era non contenta, di più, sentiva una nuova sensazione a cui non riusciva dare nome, una sensazione che tutte le donne sentono almeno una volta nella loro vita, la stessa sensazione che senti quand’erano in giro per la citta a donare regali ai bambini poveri.  Cosi dormirono, fecero bellissimi sogni e quella notte Monkie dormi accanto a Camilo per farli da guarda del corpo contro i brutti sogni.

Il giorno dopo si svegliarono felici, fuori era tutto bianco e Sara andò subito in cucina a fare una cioccolata calda, il caffe e prese le gocciole. Ando a svegliare Edison, che era ancora nel mondo dei sogni, in un comodo letto e quando si sveglio, fece un sorriso, pensò che Sara fosse solo un sogno e che il letto su cui dormiva era un sogno, per quanto fosse bello e tutto provato per la prima volta. Per lui era ancora nei mondo dei sogni nonostante fosse sveglio e lucido. Si guardarono e si diedero un bacio, come se una mamma e un figlio si fossero dati il buongiorno , entrambi andarono in cucina e fecero subito colazione. Intanto Monkie era già sveglio da un pezzo e abbaio energicamente, tanto che si senti anche al piano di sotto. Dopo la colazione presero i cappotti e uscirono in fretta per andare dai genitori di Edison, mentre erano in macchina Edison era preso dai suoi pensieri, il bianco della neve che era fuori lo stava intristendo perché pensava che questo era un sogno e che quindi come tutti i sogni, prima o poi finiscono ma Sara vide che Edison quell’oggi era particolarmente silenzioso e comincio a raccontarli i bei sogni che aveva fatto. Di lì a poco risero e Edison divenne più felice e si lasciarono andare alla vita.

Arrivati alla tenda non trovarono nessuno ma trovarono un bigliettino dove sopra ci era scritto: Edison, figlio caro noi siamo fuori, se sta sera non ci trovi, se puoi, va a dormire da Sara e comportati bene mi raccomando, anche Sara era lì e lesse quel bigliettino, guardo Edison e gli disse: hai visto va tutto bene, oggi ti va di venire a dormire da me? Edison rincuorato dal bigliettino che i suoi genitori stessero bene, sorrise e disse di si a Sara. Cosi proseguirono con la loro avventura e oggi era il giorno delle donazioni e dovevano andare solo alla banca a depositare dei soldi. Non dovevano fare molto in effetti ma par loro il gesto simbolico valeva molto. Per loro pensare al prossimo o salvare qualche vita era essenziale per i loro cuore, a loro dava una grande soddisfazione ed era questo ciò che avevano in comune Sara e Edison. Andarono in banca, depositarono i soldi e dopo si guardarono e sorrisero, avevano fatto qualcosa di buono per il mondo. Uscirono e subito andarono al primo bar che trovarono, presero la cioccolata e cominciarono a dialogare: Edison ascolta, abbiamo aiutato i poveri alla mensa e hai conosciuto la mia amica Lucia, poi abbiamo impacchettato regali per i bambini bisognosi sul corso e ai lati della nostra piccola cittadina e infine abbiamo fatto delle donazioni per i bambini dell’Africa e per le persone povere; ti volevo ringraziare per il tuo sostegno, mi hai protetta e sei stato un ometto coraggioso, grazie ancora, e li in quel momento Monkie abbaio per dire la sua ed entrambi risero. Edison non sapeva che dire cosi decise di lasciarsi andare e fece parlare il cuore: Signorina Sara, sono io che la devo ringraziare, mi ha fatto provare sensazioni che pensavo non avrei mai provato , mi ha fatto provare il gelato, la cioccolata calda, che adesso è la mia bevanda preferita, mi ha regalato dei vestiti, ho comprato le mie scarpe preferite. Lei ha fatto dono di tutto questo a me signorina Sara e adesso a me non basta ringraziarla, mi sento in debito, disse Edison con un tono quasi scoraggiante, ma Sara subito gli disse: Edison tranquillo non mi devi ripagare, a me basta la tua compagnia, ora posso dire che non ho passato questo natale da sola ma insieme a te. Camilo si senti felice ed entrambi si sorrisero. E Sara senti di nuovo quella sensazione che dentro di sé cresceva ma ancora non riusciva a localizzarla e a darle un nome, la stessa della notte dei regali.

Edison ora abbiamo tutta la giornata a diposizione, disse Sara, cosa desideri fare?, Edison era sbalordito, per tanto tempo aveva sognato nella sua tenda di fare mille e più cose e adesso che aveva finalmente la possibilità di fare e di avere quello che voleva, non gli veniva niente in mente. Poi guardo la neve e si rese conto che non voleva qualcosa di materiale ma voleva qualcosa che facesse balzare il suo cuore e all’improvviso gli venne in mente l’idea. …Signorina Sara che dice se andiamo al parco e giochiamo con la neve ? Sara rimase sconvolta, si aspettava qualcos’altro da un bambino della sua età invece…Sara si emoziono, e all’improvviso anche lei voleva farlo e già si immaginava tutto quanto. Uscirono dal bar, presero Monkie, salirono in macchina e andarono al parco, era tutto pieno di neve e stavano tante persone che giocavano: Sara guardò per un momento Edison e si rese conto in quel momento che era il bambino più felice del mondo, guardava la neve come se un bambino stesse guardando una torta di cioccolato tutta per se. In quell’istante era tornata quella nuova sensazione che prima era tornata e che non riusciva a descrivere, la stesa della notte dei regali, l’emozione indescrivibile saliva ancora di più.

Cosi giocarono tutto il giorno e addirittura non pranzarono per quanto si stavano divertendo, si lanciavano le palle di neve addosso, Monkie rincorreva Sara e poi Edison e poi si buttava sulla neve, insomma erano come una famiglia. Alla fine della giornata andarono a cena e andarono in un ristorante vicino casa di Edison, cosi da tornare subito a casa, Edison in quel ristorante ci voleva andare da un pò, solo che purtroppo non aveva soldi, ma quel giorno grazie a Sara ci era andato. Mangio da dio , Sara prese un’ottima pasta alla carbonara e lui prese una pizza hawaiana, ciò che ha sempre desiderato mangiare, con una Cocacola e lei un bicchiere di vino. Mangiarono e risero raccontando fatti avvenuti prima al parco e in quella sala erano solo loro due ad alimentare tutto quanto, gli altri, i clienti, ne erano affascinati e lo sapevano , perché si sentiva nell’aria, l’amore era nell’aria.

Dopo una grande mangiata e sane risate tornarono a casa. Quando arrivarono a casa di Camilo non trovarono nessuno ma sta volta Camilo sapeva il perché , quindi non se ne preoccupo, anche se all’improvviso divenne un pò triste, perché in fondo erano i suoi genitori, infondo non gli vedeva da un po e a lui mancavano ma comunque Sara e Edison tornarono a casa di Sara. Ma curiosamente Monkie in quel momento divenne triste e Sara se ne accorse. Quando tornarono casa Sara noto in Monkie lo stesso comportamento e non riusciva a piegarsi il perché. Allora Edi come ti senti tutto bene ? chiese Sara , si signorina Sara tutto bene, rispose Sara, non è vero non me la racconti giusta, che cosa c’è Edison?! chiese preoccupata Sara , Edison senti che per la prima volta, aldilà di sua madre, poteva lasciarsi andare con qualcuno, raccontando sensazioni intime, e disse : signorina Sara sono preoccupato per i miei genitori, non li vedo da un po, disse intensamente Edison. Sara lo consolò dicendogli, Edison stai tranquillo, loro stanno bene , ricordi ? , come sta mattina, vedrai che domani gli rivedrai, devi solo avere fiducia. Edison prese coraggio e sorrise e Sara in quel momento contraccambiò.

Di li a poco andarono al letto, erano stanchi, avevano compiuto tre missioni in tre giorni dettate dal cuore, avevano dato libero sfogo alle loro emozioni, positive e negative, avevano giocato e infine avevano mangiato. Erano stanchi, e pure Monkie, e dopo una lunga giornata dormirono profondamente. Monkie quella notte si sveglio e di colpo andò da Edison che dormiva, giro intorno a sé per trovare la sua posizione e dopo poco si rimise al letto. Era agitato e triste ma anche molto probabilmente non sapeva perché ma probabilmente lo intuiva. Il girono dopo si svegliarono felici, anche perché era il ventiquattro , era quasi la vigilia , fecero colazione, fuori era tutto bianco, si sentivano canzoni natalizie provenire da fuori, e svegliarono Monkie che era ancora ai piedi del letto di Edison. Andarono di corsa dai genitori di Edison perché volevano andare a vedere se stavano bene. Arrivati lì videro attorno alla sua tenda tante persone e lui non si spiegava il perché, cosi preso da quella scena intuì qualcosa, qualcosa che lo spinse ad andare a vedere. Usci dalla macchina e andò verso quelle persone. Sara istintivamente lo segui senza staccarsi da lui, in tanto Edison si faceva strada a spintoni andando verso il centro di quella situazione per vedere cosa c’era e all’improvviso cadde: vide i suoi genitori morti, la scena era terrificante, sangue ovunque, vestiti sporchi anch’essi di sangue e all’improvviso lui cadde in ginocchio e comincio a piangere, Sara si lancio verso di lui e in men che non si dica, come una mamma che corre verso un figlio in difficoltà, lo abbraccio e lo tenne stretto e non lo lascio andare per un secondo. Camilo preso dalla rabbia scappo via in lacrime e Monkie lo segui e Sara vedendo tutto sapeva che poteva far affidamento su Monkie e decise non seguirli. Si trovarono Monkie ed Edison sulla cima di una montagna entrambi stavano guardando dall’alto la città e mentre Edison piangeva, Monkie gli leccava le sue ferite, anche lui nel suo modo piangeva ed entrambi si sostenevano avvicenda, in quel momento anche se nessuno dei due l’aveva capito si stava non solo creando un legame ma si stava rinforzando. Una famiglia si stava creando. All’improvviso Edison si alzo e decise che sarebbe andato solo dalla persona più importante della sua vita, dopo i suoi genitori, Sara. Lei lo avrebbe consolato, l’avrebbe accudito, gli avrebbe fatto la cioccolata calda che tanto desiderava e sapeva benissimo che non si sarebbe pentito di quella scelta. Monkie ed Edison camminarono e tornarono, lì c’erano la polizia, qualche persona che curiosava e poi Sara. Camilo vide Sara e corse ad abbracciarla, si abbracciarono e piansero insieme, rimasero abbracciati per un bel pò , fino a quando ormai non rimase più nessuno nessuno. Ehi tesoro, disse Sara, io sono qua e sarò sempre al tuo fianco qualunque cosa succeda, non ti lascerò mai, rimarremmo insieme sempre. Edison si rese conto che il pensiero che fece quand’era da solo con Monkie era giusto, Sara era ,per lui, la persona più importante della sua vita e poteva fidarsi completamente di lei, cosi in quel momento prese una decisione che l’avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza e si rivolse a Sara con le lacrime e un cuore spezzato: vuoi diventare mia mamma ? Sara lo guardo con le lacrime a gli occhi, senti dentro di se quella sensazione che intuiva ma che non riusciva capire cosa fosse e solo adesso la capi, e disse: caro Edison io non sarò come tua madre ma ti prometto che faro di tutto, e dico di tutto, per essere la miglior mamma e ti darò tutto l’amore che ho fino a consumarmi, Sara capi qual’era la sensazione che tanto sentiva ma a cui non riusciva dare un nome, un figlio. E capi anche come mai Monkie aveva quegli strani comportamenti, Monkie aveva già intuito tutto prima di tutti gli altri. A Sara un figlio l’avrebbe completata e confortata. In quel momento si guardarono e piansero. Cosi una nuova mamma e un nuovo figlio rinacquero e diventarono famiglia , entrambi quel giorno loro stessi tra loro, l’una per l’altro, erano i loro regalo di natale. Era un regalo che andava oltre il semplice regalo, più dell’orologio di  Sara regalato a Edison, che per Edison era importante, Edison divenne essenziale nella vita di Sara e lo stesso Sara divenne un pilastro importante nella vita di Edison. Sara che amava tanto il natale, per lei divenne, da quel momento, parte fondamentale della sua vita. Cosi alla fine disse Sara a Edison: andiamo a casa figlio mio, oggi fa freddo e c’è vento, andiamo al caldo.

Il venticinque, il giorno di natale, per Sara e Edison fu un nuovo giorno, Sara si incontro con Claudia e Jhovanna e presento il nuovo arrivato in famiglia, Edison , a loro e grazie all’arrivo di Edison, Claudia e Jhovanna con i rispettivi fidanzati e Sara ed Edison festeggiarono il natale tutti insieme e quel giorno Edison ebbe tanti regali. In tanto nei giorni successivi Sara riuscì a vendere la cassa vecchia dei suoi genitori espandendo la propria, proprio per Edison, che ne rimase estasiato e insegno a Edison le parole che ogni mattina si diceva prima di cominciare la giornata e cominciarono a dirle ogni giorno. Oggi è un nuovo giorno e io scelgo l’amore e la bellezza.

PAOLA SALANDRA

Del resto il “signor Romanelli” non era mai stato un uomo convenzionale, e quella casa ne era la prova.

Sara si strinse nel suo maglione violetto, quel posto le metteva i brividi. Si trattava di una discreta costruzione a due piani, in cemento bianco, con le ringhiere dei balconi e le serrande riverniciate di blu.

In inverno era quasi invivibile, eppure suo padre aveva deciso di trascorrere lì gli ultimi giorni della sua vita.

Il rumore delle onde che arrivava dall’esterno sembrava cullare il corpo dell’uomo nel suo sonno eterno.

Non aveva un aspetto rilassato, non sembrava che dormisse. Sembrava morto, e morto lo era davvero: questo pensò Sara guardandolo. Estrasse il cellulare dalla tasca dei jeans e controllò che ora fosse.

Il ritardo dell’ambulanza era inaccettabile, ma in fondo partiva da un paese nemmeno così vicino a quello dove si trovava, privo di ospedali e d’inverno privo persino d’abitanti.

Le dispiaceva che suo fratello non fosse stato accanto a suo padre quella mattina, ma d’altronde non era nemmeno tanto sicura che la sua presenza gli avesse recato un qualsivoglia tipo di conforto. Sembrava non riconoscerla, continuava a ripetere compulsivamente il nome di sua madre e poi si scusava: “Clara mi dispiace”. Poi si fermava e sembrava chiedersi chi fosse quella donna accanto al suo letto, che gli teneva la mano, fissandola con quello sguardo tenero, triste e all’apparenza ingenuo tipico degli anziani.

Fin quando suo padre quella nenia non la riprese più. “Teresa” fu l’ultima cosa che disse, prima di chiudere gli occhi. Sara era quasi certa di non averlo sentito esalare l’ultimo respiro. Ma soprattutto chi era Teresa?

A pochi metri da quella casa, più nell’entroterra, viveva un’anziana signora, che conosceva suo padre abbastanza bene da poter forse sapere chi diavolo fosse la donna a cui erano andati i suoi ultimi, confusi pensieri. Sempre che quella donna non l’avesse conosciuta in qualche porto in giro per l’Europa, cosa che avrebbe reso la sua ricerca impossibile.

 Il giaccone non si rivelò una protezione sufficiente ad evitare che le si raggelassero le ossa, mentre il vento le torturava il volto. Osservò immobile, a braccia conserte, i due paramedici che caricavano nell’ambulanza quello che una volta era suo padre. Quando scomparvero alla vista, gli unici rumori percettibili erano quello del mare che si infrangeva sul frangiflutti e il sibilare incessante del maestrale.

Sara si avviò a fatica verso l’abitazione dell’anziana signora, che sperava l’avrebbe riconosciuta. Non la incontrava da oltre diciotto anni. Un piccolo terreno privo d’erba, dozzinalmente coltivato, si frapponeva fra lei e la donna. Il cancello verde che delimitava la proprietà era privo sia di campanello, che di battenti, così Sara fu costretta a urlare, tentando di richiamare l’attenzione della donna. Un cane iniziò ad abbaiare in maniera concitata. Il posto non era cambiato di una virgola. Persino i vecchi secchi arrugginiti sembravano essere nella stessa posizione dell’ultima volta che era stata lì.

<< E’ aperto gioia>>. La voce della signora le arrivò come un sussurro, ovattata dal vento. Inizialmente non fu nemmeno sicura di non averlo immaginato. Sara spinse timidamente la porta che si aprì cigolando. Uno stretto camminamento era la passerella che collegava la strada al pianerottolo della donna.

Ella non vedeva l’ora di sfuggire al morso gelido dell’esterno.

<< Sara. Sei rimasta bella come tua madre>>. “Ma come ha fatto a riconoscermi così in fretta?”

La donna sembrava mezza cieca e zoppicava vistosamente. Aveva di certo superato l’ottantina da un pezzo.

E fu a quella parziale cecità che lei attribuì l’apprezzamento. Tarantolata nel giaccone, con i capelli biondo spento legati nella coda e senza un filo di trucco si sentiva tutt’altro che bella. Senza contare gli occhi tristi e spaesati di chi ha appena assistito alla morte del proprio padre.

La signora ravvivò il camino e iniziò ad armeggiare con una teiera che pareva più vecchia di lei. Sara non fece obiezioni, non le dispiaceva qualcosa di caldo.

<< Come sta tuo padre, cara? È un po’ che non viene a trovarmi>>.

    << E’ morto poco fa>>. Riuscì a dire in un sussurro.

<< Oh povera ragazza. Ti faccio le mie condoglianze. Almeno mo è con tua mamma, che ci teneva, sai? Da quando che è morta che la voleva rincontrare. Ci voleva bene a mamma tua>>.

   << Lo so, signora. Vi ringrazio per il conforto. Ma non è di mia madre che volevo parlarvi. Sapete se mio padre conosceva una donna di nome Teresa?>>

<< Teresa? Perché, chi è?>>

   << E’ l’ultima cosa che ha detto: Teresa>>.

<< Forse Teresa, quella dell’America. Ma sai quanti anni so’ passati?>>

    << Mio padre era molto malato, mi confondeva con mia madre. È possibile che si riferisse a questa persona, anche se non la vede da anni. Mi sapreste dire chi era per lui?>>

<< La zita. Stavano sempre appiccicati. Ma ti parlo di cinquant’anni fa eh. Poi il padre decidette che dovevano andare a San Francesco, insomma in America per la fatica e non si sono più visti>>.

“Mio padre andava spesso a San Francisco” pensò Sara sempre più confusa. Non aveva mai sentito parlare di questa storia prima d’allora. Sentì lo smartphone vibrarle nella tasca.

   << Vi ringrazio signora. Buona serata>>.

<< E di niente, gioia. Quando vuoi, sempre qua sto. Salutami a tuo fratello>>.

Al tepore della villetta, l’esterno contrappose un vento implacabile, che la raggiunse quasi coprendo con la sua furia il rumore della suoneria. Sara dette un rapido sguardo allo schermo e rispose <<Cosa vuoi ancora?>>

<< Sto raggiungendo Thule. Ci vorranno poche ore>>.

   << Cosa? Scendi a terra?>>

<< Ho trovato il modo di farlo. Hanno portato via papà?>>

    << Sì. Poco fa>>.

<< Sai, c’è un grosso problema con la casa>>.

    << Carlo sono stanca di parlare della casa. Tanto lo sai che finiremo per chiamare gli avvocati>>.

<< Ti stupirà sapere che è stato l’avvocato a contattare me>>.

    << Come?>>

<< Mi ha inviato un’e-mail poco dopo che lo ho avvisato della morte di papà. Pare che ci siano dei seri problemi con il testamento. Quando è iniziata la malattia di papà?>>

    << Più o meno cinque anni fa. Perché? Cosa è successo?>> non capì nulla della risposta << Carlo per l’amor di Dio, cerca almeno di scandire bene le parole>>. Lui ripeté ciò che aveva appena detto e stavolta la linea parve meno disturbata. << Papà ha lasciato la casa a una certa Teresa. Ho pensato che fosse un suo delirio, ma il testamento è del 2001>>.  Sara salì in auto, diretta in città. Passò la chiamata dallo smatrphone al display della sua auto, mentre rifletteva su quanto aveva appena sentito. Era incredula.

“Teresa”. << E’ indicato il cognome?>>

<< Narvali. Perché, la conosci?>>

    << Papà prima di morire ha detto il suo nome. Solo il nome>>.

<< Ma chi è?>>

    << La signora dei secchi dice che era la sua fidanzata cinquant’anni fa>>.

<< Ma perché papà le ha lasciato la casa?>>

    << Che ti importa? Sarà morta ormai. E se anche non lo fosse non verrà mai a sapere della morte di papà>>.

<< Sara non possiamo vendere qualcosa che non ci appartiene>>.

    << Vendere no, ma possiamo sempre tenercela. È destino Carlo. La casa non va venduta>>.

Carlo, seppure riluttante, fu costretto a chiudere la chiamata, non avendo più argomenti. Sara non intendeva di certo vivere in quella casa, ma le sarebbe piaciuto che i suoi figli potessero per qualche anno godere di quegli stessi luoghi dove lei e Carlo trascorsero l’infanzia. Cosa a cui avrebbe anche rinunciato, se solo si fosse presentato un acquirente intenzionato semplicemente all’abitazione vacanziera in quanto tale. Carlo, d’altro canto, privo sia di figli che di tempo, trovava ridicolo non accettare l’offerta dell’azienda agroalimentare che aveva messo gli occhi su quel terreno, ma Sara non avrebbe mai permesso che la casa fosse abbattuta. Sara pensò che nel frattempo avrebbe potuto farne un bed and breakfast.

ll telefono squillò nuovamente.

<< Sara? Sono l’avvocato Micunco. Mi sente?>>

    << Immagino abbia già saputo da suo fratello la sorpresa>>.

<< Sì. Il suo avvocato l’ha anticipata>>.

   << Vuole che rintracci la signora Narvali?>>.

<< Assolutamente no>>.  La donna dall’altro lato del telefono si lasciò sfuggire una risata. Sara non riuscì a sua volta a trattenere un flebile sorriso.

“Teresa”. Un po’ era curiosa di sapere chi fosse quella donna presente nelle volontà testamentali di suo padre. Per quale ragione, con sua madre ancora in vita e prima che la malattia lo toccasse, aveva deciso di lasciare la casa ad un amore di gioventù?

MARCO SEMERARO

L’umidità non aveva cancellato l’odore di quella casa. Aprì la finestra della cucina deserta che mostrava in prospettiva il corridoio di cemento e tufi che portava al mare. Cercò con lo sguardo la nave, ma trovò solo l’azzurrità e il garrito dei gabbiani. Si affidò nuovamente all’immaginazione. Vide quel fratello ingrato alle prese con il suo lavoro da chef.  Ingrato, si. Dopotutto era stato suo padre a indirizzarlo, per non parlare dell’umiliazione sopportata nel raccomandarlo. E sua madre? Quante volte l’aveva coperto per le cazzate fatte!  Ingrato, ripeteva mentre soffiava la polvere accumulatasi sul vetro del portafoto argentato. Com’eravamo felici. Anche i piccioni di Piazza San Marco vollero farsi immortalare, malgrado non avessimo dato loro alcuna briciola di pane, pensò. Ripose il ritratto sulla madia velata e fissò la porta della camera da letto dei genitori. Deferenza e timore ne ostacolarono l’apertura. Si assicurò che la finestra aperta poco prima fosse ben serrata e diede le spalle al mare proprio come fanno i Moai sull’isola di Pasqua, prima di uscire.

Ingrato. Potrebbe comprarla lui, non gli punterei mica la pistola contro per farmi avere la mia parte! Vorrei solo che la casa di proprietà non fosse svenduta, tutto qua. Possibile che non ci arriva? Per quanto tempo potrà restare sulla nave? Se confida sulla mia ospitalità, se la scorda! Fu il treno di parole che attraversò il tunnel auricolare di suo marito. Con quei soldi potremmo aiutare nostra figlia all’università. Vedo che mio fratello è in ottima compagnia. A nostra figlia ci pensiamo noi. La mia famiglia non è come la tua. Avete venduto pure i ricordi!

Al suo rientro da lavoro, il venerdì successivo, Sara aprì il portone di casa e fu invasa da un odore di cucinato gradevole. Sul tavolo due calici facevano da scorta alla malvasia imbottigliata riposta sulla tovaglia a fiori del corredo avuto in dotazione. Bacio e badge furono come i termini di una uguaglianza matematica. La serata trascorse fra i rumori delle posate e la gioia per il 30 e lode della figlia, ma sul da farsi nemmeno una parola. Poi il piccolo schermo del suo smartphone mostrò la foto del fratello. La compro io. Dimmi solo quando possiamo fare il rogito. Per quella data avrò tutto l’occorrente, disse subito dopo aver accarezzato il tasto rosso del touch screen. Offesa dalla reazione del marito, Sara si lasciò guidare dal vento. Preferì le scale all’ascensore e si ritrovò nell’abitacolo della sua auto. Che strano. Non ci sono lacrime per questo addio, pensò. Poi donò il pensiero a sua figlia. Le rovinerei solo una delle giornate più belle della sua vita. Domani si pensa.

Decise di recarsi nuovamente nella casa paterna. Rovistò fra la cassettiera e trovò un foglio firmato dai genitori su cui c’era scritto che i figli vanno amati in egual modo. Parcheggiò l’auto e vide suo fratello fuori dallo studio notarile. Avrebbe tanto voluto riempirlo di pugni per poi abbracciarlo come faceva da ragazzina, ma si limitò a salutarlo con un ciao. Entrarono nello studio dove ad attenderli c’era una persona distinta, dalla capigliatura canuta che ricordava molto il loro papà.

Subito dopo entrò un secondo uomo, più giovane. Sul faldone senape la scritta di nero evidenziava il cognome di famiglia. Prego, accomodatevi. Lei è il figlio di Giovanni, di cosa si occupa? Sono lo chef della nave da crociera più grande del mondo, rispose il ragazzo con aria spavalda. Poi rivolgendosi a Sara disse: Lei invece scrive per il giornale, corretto? Diciamo che mi difendo. Siete l’orgoglio dei vostri genitori. Passiamo ora alla lettura degli atti. L’assistente annuì e cominciò a leggere i fogli sbucati dal faldone. Dopo 15 minuti, la lettura iniziò a mostrarsi interessante, per non dire disarmante. Sara cominciò a dar peso a quel pezzo di carta trovato nella cassettiera. Quel tizio in giacca scura parlava di figlio adottato e dell’eredità. La casa diventava di proprietà di questo fantomatico parente. Queste le volontà dei vostri genitori. Andate sul molo a prendere il vento. Non il sole, il vento. Portateci pure Mako, vostro fratello.

FRANCESCO SINIGAGLIA

Italia-Mondo, aprile 2020: tutto è fermo al tempo del virus. J. L. Borges, probabilmente, per discorrere intorno all’attuale condizione uomo-mondo, avrebbe in modo semplice adoperato due parole, l’everything e il nothing. Come dargli torto? Nella fattualità dell’Artefice (1960) lo scambio di battute era incentrato tra l’uomoattore-della-vita e la richiesta a Dio di essere nothing, dopo avertrascorso una vita tra palchi a interpretare vite aliene.

Mi sembra metafora opportuna per disegnare una quanto più verosimile immagine legata a ciò che di epocale stiamo vivendo. Non si tratta di considerare la pandemia in una prospettiva medico-scientifica ma tentare di leggere l’atteggiamento della comunità globale nell’evoluzione; in altre parole, come l’umanità sta cambiando e in quale direzione orienta il proprio cammino. Per Borges, la sensazione di essere nothing, ben poca cosa rispetto al mostro invisibile che sta attanagliando il globo, è la richiesta formulata da noi uomini-attori-della-vita a non tornare everything. Come se stessimo meditando per una metamorfosi in fabbricanti di mondi nuovi, ovvero in qualcosa di mai pensato. Cosa cerchiamo? Verso cosa ci prepariamo?

Sia in una dimensione sociale, che in quella aristotelicamente politica, che in una virtuosamente economica, che in un progetto at a glance di rinnovamento umano e spirituale, l’auspicio rimane quello di addentrarci nei meandri di un mondo che verosimilmente non si possa predire. Quelli bravi associano «mondo nuovo» a un netto incremento della tecnologia e dell’internet. Tutti gli altri, invece, non hanno riformulato la domanda: continuano imperterriti a chiedere, pure durante e per la fine della quarantena, un rinascimento culturale, nonché un riscatto. Una risposta da Dio.

Qual è l’indicazione di Dio?

Non si tratta di un’indicazione sociologica, quanto di un bisogno – una necessità strabordante – di ricevere un segno sul mondo nuovo. Che cosa sarà di noi una volta abbattuto il virus. «Abbattere» perché siamo ufficialmente in guerra. È incredibile come i binomi di tecnologia e fede, nulla e tutto, globo e uomo, risuonino prepotentiin questi giorni.

Un fine intellettuale scriveva storielle di fantasia anni fa, poche cose impensabili prima che, rapportate a oggi, possono addirittura ritenersi verosimili. Mi riferisco a The Answer (1954) di Fredric Brown. La breve vicenda, raccolta ne Le meraviglie del possibile, prospettava in fantascienza un mondo assetato di tecnologia ove tutto era in funzione della questione «C’è Dio?». Un rovello impossibile: chiedere dell’esistenza di una dimensione altra alla tecnologia e all’internet. Come se si potesse comprare la risposta su Amazon. E, dunque, lo scienziato protagonista si interroga costruendo macchine sempre più grandi, potenti e intelligenti dell’uomo, senza paura e dritto all’obiettivo:

L’immensa voce rispose senza esitazione, senza il minimo crepitio di valvole o condensatori. “Sì: adesso, Dio c’è.” Il terrore sconvolse la faccia di Dwar Ev, che si slanciò verso il quadro di comando. Un fulmine sceso dal cielo senza nubi lo incenerì, e fuse la leva inchiodandola per sempre al suo posto.

Certuni si domandano: allora se Dio esiste, perché il virus? Significa che Dio, creatore dell’intelligenza e del mondo, ha permesso la tecnologia all’uomo? Può la tecnologia rendesi capace di annientare gli uomini, inibirli di ogni scudo e renderli everthing strapotenti e poi, tutt’a un tratto, nothing? Era nothing il fine della richiesta dell’uomo-attore-della-vita? E si può dire la tecnologia come dio? No, ovviamente perché non possiamo permetterci un’altra disubbidienza. Vorrebbe Dio che un essere artificiale, sia pure intelligente, forse più intelligente di tutti noi, come par suo? Creatore e anche distruttore? «Dio esiste».

Abbiamo colpevolmente messo in sospeso Dio: ce ne serviamo solo per favori, richieste e risposte. Abbiamo messo in sospeso finanche il tempo. È sospeso e fatto a pezzi: la ricorrenza che ultimamente ascoltiamo è «ammazzare il tempo». E qual è l’orologio degli uomini che segna il tempo? Il teatro, che – guarda com’è strano il caso – è anch’esso sospeso. Con ‘teatro’ voglio dire le arti, le cose di tutti i giorni; voglio dire il mondo. Questo magistralmente era insegnato da Shakespeare; non per sottrarre parole al Globe.

Sembra che rimanga niente. Neppure il lavoro, neanche il tempo. Eppure noi chiedevamo un rinascimento: volevamo essere nothing, un modo per ripensarci e ritrovare i valori buoni, dopo aver interpretato artatamente mille ruoli che hanno compromesso quegli stessi valori buoni di prima, facendoli scomparire. Borges, dunque, lascia detto a Shakespeare: La voce di Dio gli rispose da un turbine.

Questo non-tempo sta gettando luce su cosa domandare a Dio: il mondo nuovo, si diceva. E cosa è questo «mondo nuovo» tanto pregato? Come sarà?

Ed ecco che la risposta che andava cercando il dott. Dwar Ev è sempre stata a un palmo, at a glance, con noi. Dio la illumina con la sua volontà. Il mondo nuovo, il rinascimento che chiediamo, è già qui: il nothing da cui ripartire per ritrovare i valori buoni e impastarci migliori.

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